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Lunedì, 3 Ottobre 2022
Politica

Pd, rinviata la resa dei conti: Renzi frena sul congresso e guarda al voto

La conta si farà "secondo i tempi dello statuto", dice l'ex premier. Che avverte: il partito non accetterà una "melina" sulla legge elettorale. Il sottotesto è fin troppo scoperto: il Pd ha "straperso" ma può ripartire dai 13 milioni di voti del referendum

Niente congresso Pd, per ora, la conta si farà "secondo i tempi dello statuto", ma il partito non starà con le mani in mano, non accetterà una "melina" sulla legge elettorale e fin d'ora chiede agli altri partiti di confrontarsi con una proposta molto concreta: il ritorno al Mattarellum. Con un sottotesto: si torni a votare il prima possibile, perché il Pd può ripartire dai 13 milioni che hanno votato sì a dicembre. Matteo Renzi sveste i panni del rottamatore, evita strappi e rese dei conti - senza rinunciare a tirare un paio di bordate ai sostenioti del no in casa Pd - e gioca un'assemblea molto politica per provare a ripartire dopo la sconfitta del 4 dicembre.

Il leader Pd non chiede per ora primarie per la scelta del candidato premier, non mette scadenze al governo Gentiloni (ma lascia a Graziano Delrio il compito di ricordare che prima si vota e meglio è) ma non lascia nemmeno la segreteria e ribadisce un concetto: i 13 milioni che hanno votato sì sono un patrimonio di voti con cui "tutti dovrano fare i conti" alle prossime politiche. E certamente "una sconfitta", ma dalla quale si può "ripartire", senza bisogno di fare "ritorisioni".

Renzi mostra un volto più dialogante, almeno nei toni. Il segretario annuncia l'inaugurazione di una "fase zen" durante la quale cercherà di evitare il corpo a corpo con gli avversari interni, spiega che ha "accettato i suggerimenti di chi ha chiesto di non fare del congresso il luogo dello scontro". Suggerimenti che sono arrivati da più parti, da Dario Franceschini, dai giovani turchi, ma che in qualche modo spiazzano anche i bersaniani che ieri hanno annunciato la candidatura di Roberto Speranza a un congresso che, al momento, resta fissato per l'autunno 2017, ovvero tra un anno. Il leader Pd non risparmia qualche bordata, soprattutto a Massimo D'Alema. L'ex leader Ds non viene mai citato, ma il suo identikit appare chiaro quando Renzi rivendica con orgoglio le riforme fatte durante i "mille giorni" del governo, a cominciare dalle unioni civili. Riforme che "non puzzano (come ha detto appunto D'Alema, ndr) e che resteranno".

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E ancora, sempre a D'Alema - e a Speranza - va il pensiero di tutti quando il segretario attacca quelli che "festeggiavano non gli exit poll o il risultato del referendum, ma le mie dimissioni: hanno ferito il senso di comunità di questo partito".

Il risultato, ammette Renzi, è stato una "sconfitta inequivocabile, il 41% al referendum è una sconfitta netta. Ho straperso, abbiamo straperso". L'errore, spiega, è stato non tanto nelle cose fatte ma nell'atteggiamento tenuto di fronte alle zone di maggiore sofferenza del paese, a cominciare dal Sud dove "abbiamo avuto un approccio un poi troppo concentrato sul notabilato e meno sulle forze vive". Cita un aneddoto, una lampadina al neon fulminata nella scuola del figlio: "L'ho notata, ma poi ho ricominciato a pensare ad altro".

La metafore di un errore politico, perché quel neon spento rappresenta una "dimensione quotidiana" di disagi e difficoltà vissute dai cittadini e che il governo ha trascurato, concentrato sui grandi temi. "Dobbiamo andare a cercare tutti i neon che non funzionano". Niente "tour in camper", ha assicurato, come fece prima delle primarie del 2012, ma "una campagna di ascolto", un lavoro da "talent scout". Renzi girerà l'Italia per riprendere, o forse è meglio dire prendere davvero, in mano le redini del partito. Un percorso che prevede comunque il voto in tempi brevi, ma questo lo dice Delrio: "Il Pd vuole andare a elezioni al più presto, fatta la legge elettorale". Ovviamente, "non intendiamo interferire con le prerogative del capo dello Stato". E anche Ettore Rosato dice che "il tempo del voto è vicino".

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Il dibattito non riserva sorprese, sminato il percorso dalla bomba del congresso anticipato nessuno vuole aprire altri fronti oggi. Solo Enrico Rossi critica apertamente il segretario e chiede di andare al congresso subito. Richiesta che arriva anche da Gianni Cuperlo. Per i bersaniani parla Guglielmo Epifani, che sollecita una "assemblea programmatica" per discutere e invita a non mettere date di scadenza al governo. Il rilancio del Mattarellum trova i consensi di molti, anche se Andrea Orlando mette in guardia dal "maggioritario muscolare". La mossa di Renzi serve anche a tenere insieme il Pd, partito che difficilmente reggerebbe a un proporzionale puro.

Lo schema dell'alleanza viene rilanciato dallo stesso segretario Pd, con un esplicito riconoscimento al lavoro di Giuliano Pisapia. Si vedrà se la proposta avrà ascolto in Parlamento, ma intanto serve a ricompattare il partito. Le uniche, vere, scintille sono quando parla Roberto Giachetti, che accusa Roberto Speranza di avere la "faccia come il cà" sulla legge elettorale. Replica per i bersaniani Davide Zoggia, che chiede al segretario di prendere le distanze. Ma Renzi non replica e l'assemblea si chiude con l'approvazione della relazione. 

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