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Domenica, 28 Novembre 2021
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Leopolda 2013, Matteo Renzi dice "no" al proporzionale

Alla convention di Firenze si parla di riforma della legge elettorale. Renzi ha in testa il maggioritario a doppio turno ma non ha i numeri in Parlamento. E allora, prima di un proporzionale secco, sembra orientato al premio di maggioranza che, dice D'Alimonte, gli consegnerebbe la sovranità anche al Senato

FIRENZE - Leopolda, secondo giorno dell’edizione 2013. Si torna alla vecchia formula: via i 100 tavoli, tra le arcate scalcinate e così romantiche dell’ex stazione fiorentina, tornano le sedie e l’infinito elenco degli interventi dal palco. Parla Fassino, il vice segretario del partito dei sindaci (visto che il presidente ad honorem ha l’ufficio in Palazzo Vecchio) – “Voglio una sinistra che non abbia paura di parlare con quelli che ancora non ci hanno votato” – e parla Emiliano, il sindaco di Bari: “"Mai più programmi di governo che dicono una cosa e poi non vengono realizzati”.

Ordinaria amministrazione, stesso format. Attenzione però: qui si sta facendo un pezzo consistente della sinistra di domani. Non è un caso che in sala sia presente chi fino a 12 mesi fa era allergico al ‘santuario’ del renzismo. Non è un caso che Renzi li abbia accolti a braccia aperte, e la platea gli abbia riservato applausi fragorosi (vedi Fassino, appunto, che lo scorso anno stava convintamente con Bersani). Certo il nodo rimane: a nessuno sfugge la difficoltà di una complicata coesistenza tra ‘rottamatori’ della prima ora, quelli del ‘cerchio magico’, e i rottamati-riciclati, queli dell’ultima ora l’upgrade della rottamazione. Versione acida: ‘Come si cambia, per non morire’ cantava e canta la Mannoia. Che nessuno lo dica ad alta voce, però. Gli equilibri sono delicatissimi.

Stazione Leopolda - I 100 tavoli di Renzi

PAROLE D'ORDINE - Ma c’è di più: le parole d’ordine di questa Leopolda sono sì futuro, libertà, cambiamento, diritti, dignità, farcite dal “velo di sinistra”, per dirlo alla Crozza, ma queste c’erano anche nelle tre edizioni passate (compreso la spolverata rossa). La parola magica del 2013 è vincere: “Dobbiamo aprirci alle persone, non rimanere chiusi in noi stessi, metterci la faccia; accogliere, non respingere e magari provare a vincere”. Il tutto con l’avvertimento di sempre: “Sul carro – del vincitore – non si sale, si spinge”. Come dire: caro Franceschini, Veltroni, Fassino e la combriccola degli aggiungi un posto a tavola, occhi aperti. I numeri di Bologna, Modena, Genova, per adesso lo mettono al riparo da scherzi. Ma Franceschini e company, le correnti che Renzi vorrebbe azzerare, hanno più vite dei gatti. La sfida interna sta tutta qui: coniugare il vecchio con il nuovo. O meglio l’apparato con i messaggi della Nutella, della Coca-Cola, di Facebook. Del ragazzino di 17 anni, Marco, che si presenta sul palco con la camicia bianca d’ordinanza, i-Pad in mano e dice: “Questa è la nostra rivoluzione”. Un pezzo di sinistra 2.0 passa anche da questi nuovi asset.

EPIFANI – Passano un po’ di video: Fiorello che canta “l’asfaltiamo” rivisitando ‘Guantanamera’. Un immancabile giovane Benigni. Giorgio Gori, che non è più dietro le quinte, in regia, a fare il Boncompagni – e parla quando Renzi non è sul palco. L’invito all’applauso a Cuperlo (che gli rimprovera l’assenza delle bandiere), a Civati e a Pittella. Ordinaria amministrazione alla Leopolda. La novità 2013: la presenza del segretario Pd, Guglielmo Epifani, su quel palco così lontano dall’agenda di Bersani. Una prima storica. Ma è tiepida l’accoglienza: qui non ci sono bandiere del Pd; non è la festa dell’Unità. Il segretario parla di futuro e di cambiamento, parole d’ordine del renzismo, di libertà di scelta. Considera complicata la convivenza tra la segreteria a la fascia tricolore. Poi va a pranzo con Renzi: un po’ di prosciutto, di sicuro; scenari post crisi di governo, si vocifera.

LEGGE ELETTORALE – Fino a che Renzi non dà il titolo della giornata. Sì, perché il primo cittadino di Firenze che ha in mente un partito liquido, sorretto da tre gambe, parlamentari, amministratori e quei sindaci come vaccino anti-casta, necessariamente non può stare fuori dal dibattito politico in corso. Ieri ha parlato di Berlusconi. Oggi è tornato su un suo cavallo di battaglia, la legge elettorale. L’assist gli arriva dal professor Roberto D’Alimonte, politologo, sondaggista, che alla Leopolda è di casa. “Se non si potrà fare una buona riforma elettorale – sottolinea – meglio andare a votare col Porcellum”. Lo dice mentre in sala entra Roberto Giachetti, il vice presidente della Camera, al secondo sciopero della fame contro la “porcata” firmata da Calderoli. Giachetti, renziano convinto, che digiuna. D’Alimonte che racconta come stanno le cose: i margini di una riforma elettorale seria non ci sono. Mancano i numeri. E allora indica una via d’uscita possibile: “Se si vota col Porcellum il Pd con Renzi può vincere sia alla Camera che al Senato come fece Berlusconi nel 2008”.

Il discorso è semplice: l’accordo non ci sarà mai, a meno di miracoli in zona Cesarini. Se la Corte costituzionale i primi di dicembre dovesse eliminare il premio di maggioranza, cosa non certa ma probabile, un proporzionale puro aprirebbe la strada ad un decennio di larghe intese. “C’è tanta voglia di proporzionale dentro una parte del Pd, dentro una parte del Pdl, dentro una parte del Movimento 5 Stelle, per non parlare di Casini e soci. E oggi, in queste condizioni, il proporzionale sarebbe un disastro per il Paese”. Chiude così D’Alimonte. Apre il microfono Renzi: “C’è tanta voglia di proporzionale. Ma noi la voglia di proporzionale la facciamo passare perché bisogna sapere chi governa, servono le garanzie”. No al proporzionale secco, non sul resto del logaritmo di D’Alimonte. La sensazione è che, per Renzi, stando alle cifre di consenso dei sondaggi, sarebbe meglio la soluzione offerta da Calderoli che le larghe intese ad aeternam.

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