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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Politica

Leopolda 2013, Matteo Renzi lancia la sua sfida

Secondo giorno della convention a Firenze, che quest'anno coincide con la scalata, o forse la discesa, di Matteo Renzi alla segreteria del Pd. I partecipanti a "Diamo un nome al futuro" hanno ognuno quattro minuti di tempo per parlare

“Noi siamo questi”. Così Renzi mandò a dire a Bersani dal palco della Leopolda, quella del 2010. Golfino viola, tirò la prima volata alla corrente dei ‘rottamatori’. Si mise alla testa del gruppo e staccò tutti, per primo Pippo Civati che con lui coniò quella che poi è diventata una fenomenologia politica, la rottamazione. Una fucilata alla Saronni, come direbbe il sindaco di Firenze che ultimamente si è fatto anche esperto di ciclismo. Che cita e ‘tifa’ Bartali ma vuol fare Coppi: l’uomo solo al comando.

La storia di Renzi, da quei giorni per tutti ‘Matteo’, parte da qui, dalla Leopolda. Se fare il sindaco gli ha permesso di bastonare l’immobilismo romano, con la fascia tricolore vissuta come il vaccino giusto per immunizzare l’apparato (anche quando sarà segretario del Pd e quindi apparato – “Non voglio diventare uno da pastone dei Tg della sera”), la Leopolda, negli anni, ha rappresentato la formula che più di tutte ha sintetizzato il concetto principale del fenomeno Renzi: esser altro. Farsi altro, rispetto al Pdl, rispetto al Pd. Con le sue parole d’ordine, il vocabolario della rottamazione: “avete fallito”, “noi” e “voi”. E c’è chi la lezione l’ha capita bene. C’è un ritornello che torna sempre nella platea elettorale del sindaco: “Ho sempre votato a sinistra. Stavolta scelgo Renzi”. Due cose diverse dentro un unico recinto. E la questione stuzzica gli analisti.

Una delle tesi che in questi giorni va per la maggiore è la necessaria svolta a sinistra di Renzi. Che dicevano si fosse liberato di Davide Serra (e che invece alla Leopolda c'è e si è fatto sentire: “Il board del Corriere della Sera è un’accozzaglia di perdenti”); che non parla più con Luigi Zingales, che si è dimenticato di Pietro Ichino e di Giorgio Gori. La domanda: è proprio così? Dopo Renzi l’americano innamorato di Obama, Renzi l’emiliano? No, la cosa non sta in piedi. A vederla bene, filologicamente, sono stati diversi gerarchi del Pd a dare una sterzata decisa verso Renzi. C’è più di una prova a sostegno di questa tesi.

I tempi: Letta premier, Renzi prova a prendersi quel che è rimasto, la segreteria. Per riformare il Pd e il Paese, tradotto: per fare il premier quando sarà l’ora del nuovo giro di giostra. Gli annunci ‘bellicosi’ in estate, a fine agosto e per tutto settembre il tour per le feste dell’Unità. Pienone ovunque, migliaia di persone nella rosso-fuoco Emilia. Il grosso della pancia sta con Renzi; le primarie sono la pancia. E poco importa che oggi l’assemblea nazionale sia tarata a misura di Pierluigi Bersani.

I numeri: da ieri sera – dedicata ai 100 tavoli di discussione (scuola, giustizia, expo, riforme, fisco per citarne qualcuna), con Renzi sul palco a fare da moderatore tra i tavoli tematici – a domenica all’ora di pranzo, quando il sindaco metterà la parola fine ai lavori della convention, dentro le mura ruvide della Leopolda transiteranno 200 parlamentari Pd. Lo scorso anno, in piene primarie per la candidatura a premier, furono poco più che 40.

Cosa conta in questo giochino sono voti e consenso. E Renzi qui abbonda, fa il pieno. Con il Pd che si riposiziona. Quel pezzo dei dem, che alla Leopolda non ci aveva mai messo piede, pronto alla sua prima quattro anni dopo. Ci sarà Dario Franceschini. “Vicedisastro”, lo aveva chiamato Renzi un’era politica fa. Ora sono costretti ad essere amici. Franceschini ha scelto il sindaco per rimanere aggrappato alla locomotiva in corsa. Renzi ha avuto bisogno dei voti dei franceschiniani e di AreaDem nel braccio di ferro sulle regole delle primarie. Ci sarà Nicola Latorre il braccio destro più braccio destro tra quelli a disposizione di Massimo D’Alema. C’era a Bari, al lancio della campagna elettorale per la segretaria. Raggiungerà anche Firenze. E Idealmente con lui sul palco ci saranno i vari Piero Fassino e Valter Veltroni. Più che Renzi, in sostanza, è il Pd che sembra aver cambiato verso.

Stazione Leopolda - I 100 tavoli di Renzi

EPIFANI – Oggi sicuramente sul palco salirà Guglielmo Epifani, la prima volta di un segretario. Un altro segnale. Quattro minuti di intervento anche per lui? “Saremo un pochino più elastici, perché è la prima volta che un segretario viene a trovarci e di questo lo ringraziamo”, ha detto Maria Elena Boschi, a cui Renzi ha affidato la macchina dell’organizzazione.

LEOPOLDE – Insomma la sinistra che fa di Renzi il nuovo baricentro. Renzi che si lancia nella corsa per l’apparato da qui, dove aveva demolito l’apparato. Scorrendo i ‘capitoli’ della kermesse (2010, la carta di Firenze e i rottamatori; 2011, il Big Bang e i 100 punti per l’italia; 2012, Viva l’italia Viva; 2013 ‘Diamo un nome al futuro’ – per Renzi la “speranza”) il percorso politico balza agli occhi: l’atto di nascita, la rottura totale, le prime due edizioni, quelle dirompenti, che si presero la scena a suon di ceffoni ai partiti e alla politica. Preso il largo, vento in poppa, le seconde due, quelle elettorali: una all’Obama, l’altra per diventare quello che non conosce nessuno, il segretario del Partito democratico americano.

Con un di più, di peso. “Dobbiamo provare a ridare bellezza alla politica”, dice Renzi. Che tuttavia sottolinea: “La politica è una cosa bella”. Sono i politici ad esser brutti, quelli della casta. Il problema è che un po’ di casta sta passando per la Leopolda. Quelli senza scadenza, gli stessi che non si sono mai fatti fregare dalla sindrome dello yogurt. Renzi si smarca da questa logica, finché gli sarà possibile, con il partito dei sindaci, l’anti-casta. Eppure con chi si sta riciclando sotto la bandiera della rottamazione, prima o poi dovrà farci i conti. Perché è vero, il carro del vincitore va spinto e non va interpretato come un passaggio comodo. Ma chi spinge il carro alla fine vuol il suo pezzo di pane. Da rottamare a fornaio è un attimo.

E tuttavia, con tanto di camicia bianca di ordinanza su un palco che è una piazza aperta in stile anni ’50 (con tanto di Vespa bianca parcheggiata), quelli della ‘Dolce vita’, di ‘Vacanze Romane’ del boom e dell’ottimismo (“Non vogliamo fare la lista dei problemi ma parlare di domani”), tira diritto e lancia la sua “rivoluzioncina”, dando prova che i diminuitivi cozzano con le parole roboanti della storia. “Basta 1 euro per aprire una srl ma il giorno dopo ti costringono a mettere 28 timbri. Liberiamoci di questo sistema incomprensibile, dimezziamo i parlamentari, facciamo il Senato delle autonomie locali, riformiamo il titolo V della Costituzione, non lasciamo a Grillo questi argomenti, facciamo noi”. Berlusconi è il tema? Renzi prova a disinnescare la mina mediatica: “Per la prima volta ci insegue, ormai cambia idea ogni tre giorni, francamente non lo seguiamo più. Le vicissitudini del Pdl stanno ormai diventando come una soap opera a metà strada tra 'Beautiful' e 'Sentieri' con i loro giochini e equilibri interni”. Ribadisce che il Cavaliere non è più l’azionista di maggioranza del governo, che “non cadrà”. Ma chiede di farla finita con il ventennio berlusconiano per ricominciare a riparlare d’Italia.

Tira le orecchie alla sinistra che per due volte ha tradito Prodi (1998 – 2006, anche ce n’è una terza, la scorsa primavera, che non ricorda) e riprende l’impegno più spinoso per la tenuta del governo Letta: la riforma della legge elettorale, il primo punto della futura agenda da segretario. Faccenda spinosissima, ad alto rischio. Che la “rivoluzioncina”, alla fine, mandi alla ghigliottina proprio Enrico, l’amico ritrovato?
 

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