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Sabato, 27 Novembre 2021
PRIMARIE PD

Napolitano e Letta a casa di Renzi che attacca: "Non siamo casta"

Davanti alle prime due cariche del Paese il primo cittadino di Firenze si schiera dalla parte dei suoi colleghi: "I sindaci si caricano addosso problemi e responsabilità" e spesso "guadagnano meno di 1500 euro al mese"

“I sindaci sono quelli che si caricano addosso problemi e responsabilità. Quelle delle grandi città prendono begli stipendi ma ci sono 8mila sindaci dei piccoli comuni che per 500, 1.000, 1.500 euro al mese, sono considerati dai cittadini parte della casta, quando in molti casi si tratta di veri e propri ‘volontari’ della politica. Sono persone vere e solide che cercano di fare del loro meglio per restituire dignità alla politica”.

 “Non siamo una casta”. Noi. “Non giriamo in auto blu”. Noi. Siamo in prima linea. Noi. Siamo il braccio operativo delle istituzioni, siamo eletti direttamente da chi governiamo, ci misuriamo con i problemi delle persone, quelli veri, a volte per meno di mille euro al mese. Sempre noi. Risultato? Un di più di passione che fa dei sindaci italiani il miglior esempio per un nuovo slancio estetico della politica, della sua credibilità e della propria missione. La dimostrazione che “la politica è bella e nobile, anche quando da Roma arrivano segnali diversi”. Così ieri Matteo Renzi a Firenze, da sindaco, un paio d’ore prima che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed il premier Enrico Letta, tagliassero il nastro dell’Assemblea nazionale dell’Anci.

Così, sempre da sindaco e con indosso la fascia tricolore di ordinanza – visto che al parco delle Cascine c’era l’inaugurazione della nuova fermata della tramvia dedicata a Carlo Monni – Renzi ha perimetrato l’ennesimo confine al “noi”. Plurale maiestatis che sta per ‘quelli giusti’. Sì perché il partito dei sindaci, vista meglio, non è altro che una nuova declinazione della fenomenologia della rottamazione. Ci sono “noi” e basta. E la cosa finisce lì. Nel caso di Renzi ad un “noi” corrisponde sempre un “voi” negativo, il ‘lato oscuro della forza’. O meglio del potere: la casta che pugnala il Paese e la politica.

A Roma, dice Renzi, si chiacchera, nei comuni, i sindaci, stanno in prima linea a guardare negli occhi la crisi economica, a far di conto e subire il patto di stabilità, ad affrontare i disastri ambientali, lavorano. Rappresentanti del fare con mani e piedi fuori dal palazzo. Così, in pratica, calcando sulla dicotomia, li dipinge Renzi. E in questa biforcazione lui, visto che prima di tutto è il primo cittadino di Firenze, si mette nell’insieme nobile. In quello che ieri, per bocca di Piero Fassino (renziano convintissimo della seconda generazione), sindaco di Torino e presidente dell’Anci, si è fatto sentire contro l’apparato che ai comuni “chiede più sacrifici che ad altri”; contro le “invadenze inaccettabili della Corte dei Conti”; e che ogni mattina fa la “spending review”; che chiede a gran voce un “Senato dei poteri locali”, federale per dirla alla Renzi. Appunto.

Li mette e ci si mette dentro a questo steccato. “Voglio un Pd con tre gambe: i parlamentari, gli amministratori e i sindaci”. Ci sono i parlamentari alla Franceschini, i padri nobili alla Veltroni, i renziani della seconda ora un po’ più squali e carismatici di quelli della prima mandata (ed è dura pensare che il celeberrimo ‘cerchio magico’ regga a lungo all’urto). Ci sono, ma per adesso, in piena campagna elettorale, stanno un passo indietro (così come Serra e Zingales, racconta il Corriere Fiorentino, che non saranno presenti alla Leopolda). Le primarie per la segretaria del Pd passano dagli uomini del fare. Un messaggio chiaro dal basso che certifica quel che sarà la vita di Renzi dal 9 dicembre in poi, quando molto probabilmente sarà segretario dem e sindaco. Segretario e candidato per il secondo mandato a Palazzo Vecchio (“Epifani è segretario, parlamentare e guida una commissione; io non posso fare il sindaco? Non scherziamo”). Sottotitolo: io non posso anche lavorare?

Il partito dei sindaci nuove icone della rottamazione 2.0. La strategia dal basso che passa dalla ‘periferia’ dello Stato: i comuni, baluardi della buona politica. Uno dei volti di quel ‘noi’. La questione tuttavia, così non si risolve. Come la metti la metti, manca sempre un pezzo. Perché in questo, Renzi, non si accontenta. Chi guida i palazzi municipali sono il nostro orgoglio ma, alla fine, c’è da stare, anche se da sindaco, mani e piedi dentro alle dinamiche del teatrino della politica. Un po’ perché Renzi è il sospettato numero uno per la guida del Pd di domani. Un po’ perché lo è anche per l’ufficio alto di palazzo Chigi. Così ieri, a Firenze, con Napolitano e Letta in città, dopo aver fatto le onorificenze di casa, dopo esser salito su un palco di periferia per nobilitare l’essenza della sua corsa, ha ‘recitato’ in un altro palcoscenico. Quello di Roma. Ed ha cambiato registro, ha schiacciato il bottone play su un altro registro: la legge elettorale. Che deve essere cambiata in senso maggioritario, anche senza l’accordo con il Pdl, senza timori di ripercussioni sulla tenuta del governo.

“Cambiamola. Se il Pdl – ha detto Renzi – è disposto a votare una legge che sia bipolare, che sia chiara su chi vince, una legge semplice, benissimo. Ma non è che se il Pdl non vuole, si sta ad aspettare ancora. Il Pdl si decida: falchi, colombe, pitonesse e animali vari decidano velocemente qual è la legge. Noi come Pd facciamo le primarie, ciascun candidato avrà la sua proposta di legge elettorale, chi vincerà il 9 dicembre dirà ‘signori, noi questa legge la cambiamo e proponiamo di cambiarla in questo modo’. I numeri ci sono, non vedo per quale motivo non si possa partire dalla Camera”. Tanto, ha assicurato, “il Governo non cade”.

Renzi quindi si prepara all’atto di forza a Montecitorio. E chissà cosa gli avrà detto Enrico Letta in quei 15 minuti di colloquio privato in una stanzetta della Fortezza da Basso prima di far ritorno a Roma? Forse che il capo dello Stato sta con lui. E Renzi gli avrà risposto che è stato Napolitano – nell’altro colloquio privato di giornata del sindaco, durato una quarantina di minuti – ad incitarlo ad “uscire allo scoperto concretamente sulla legge elettorale, a tirare fuori la propria proposta perché oramai di tempo non ce ne è più” (come raccontato da Vladimiro Frulletti sull’Unità). A quel punto Letta gli avrà fatto notare le parole del Presidente sulla polemica su amnistia e indulto: “Di quel messaggio al Parlamento è stata da più parti alimentata una rappresentazione contraffatta, grossolanamente strumentale”. Riferimento chiaro a Grillo, e alle polemiche legate al salvacondotto di Berlusconi. Anche se quel “da più parti”, inciso aggiunto a penna nella bozza del suo discorso, sa tanto di tirata di orecchio al sindaco di Firenze e, come filtra da ambienti del Quirinale, alla sua giovane esuberanza dialettica. Sindaco che alla Fortezza da Basso tifa Bartali (il sindaco del ‘Gruppo’) anche se vuol fare l’uomo solo al comando alla Coppi (di cui era tifoso Napolitano).

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