Giovedì, 4 Marzo 2021

Il piano B senza Conte: Renzi e il centrodestra per un governo di unità nazionale

Oggi Salvini, Meloni e Tajani andranno al Quirinale per contestare a Conte l'assenza di una maggioranza in Senato. Intanto un piano B per un altro esecutivo è nell'aria. Ma serve prima un voto che sfiduci l'attuale governo. E la collaborazione di Italia Viva

C'è maretta tra il centrodestra e il Quirinale. Sergio Mattarella oggi pomeriggio riceverà Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani e non sarà un incontro così cordiale. A preannunciarlo sono state le baruffe nascoste partite dal primo appello del leader della Lega al Colle: il Capitano ha voluto ricordare a Mattarella che nel 2018, quando si è presentato per chiedere l'incarico con Meloni e Berlusconi, il presidente della Repubblica gli ha detto di no sostenendo che non avesse la maggioranza. E oggi anche il governo Conte non ha la maggioranza (in Senato), è il ragionamento di Salvini, quindi non resta che prenderne atto. 

Il piano B senza Conte: il centrodestra e Renzi per un governo di unità nazionale

Ma in realtà non è così semplice. In primo luogo perché oggi il governo Conte ha una salda maggioranza in una delle due camere, mentre all'indomani del 4 marzo la Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia insieme avevano portato a casa 265 deputati (la maggioranza a Montecitorio è 316) e 113 senatori (161). E poi perché, come hanno fatto notare quirinalisti del calibro di Marzio Breda, "Lega e Fratelli d’Italia (che ora chiedono di essere ricevuti al Quirinale) contestano a Mattarella di non aver consentito al centrodestra, nel 2018, di trovare i voti in Aula. Basta rileggere i dispacci Ansa dell’8 aprile di quell’anno, in cui Salvini diceva: «Non andremo in Parlamento al buio cercando voti come ci si alza per cercar funghi nel bosco»". 

Eppure un piano B per un governo di unità nazionale senza Conte il centrodestra ce l'ha in mente. Ma non può essere messo in campo senza prima un voto che sfiduci l'attuale governo. Quello che sfugge a Salvini e a Meloni (un po' meno a Tajani finora) è che Mattarella non può togliere l'incarico all'Avvocato dopo aver letto i giornali: il Quirinale entra in gioco nella politica soltanto se e quando il governo viene sfiduciato e il premier si presenta dimissionario al Colle. E questo non è ancora avvenuto. Ma se Conte cade e si dimette, racconta oggi il Corriere della Sera, sarebbe pronto un esercito: forzisti «tendenza Letta», centristi dell’Udc, un pezzo di Cambiamo, +Europa e ovviamente Renzi:

Sarebbe — come l'hanno definita ieri Calenda e Della Vedova — «la maggioranza Ursula», unita dai valori europei e dal più prosaico interesse per un sistema di voto proporzionale.

Ben sapendo che però anche questa Gioiosa Macchina da Guerra non riuscirebbe a mettere insieme i voti necessari per ottenere la fiducia a Montecitorio e a Palazzo Madama, il MoVimento 5 Stelle e - soprattutto - il Partito Democratico cominciano a mettere dei paletti ben precisi. O Conte o il voto, è oggi la linea del Pd per chiudere la strada a qualsiasi tentazione istituzionale nella quale il partito di Zingaretti avrebbe tutto da perdere. Perché significherebbe mandare a casa un leader popolare e perché si scoprirebbe così nei confronti del M5s e persino di Liberi e Uguali, che sarebbero ovviamente esclusi dal progetto e finirebbero per guadagnare voti a scapito del Pd dall'essere l'unica opposizione in campo contro il governo di unità nazionale che per ora è soltanto nel campo delle ipotesi. 

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La maggioranza Ursula per un governo senza Conte

Ma che avrebbe anche un copyright nobile - la maggioranza Ursula - e un pontiere d'eccezione: Giancarlo Giorgetti, che in questi giorni viene descritto nei retroscena come il pontiere che nei colloqui riservati insiste con i dirigenti del Pd "sull’urgenza di varare un governo d’unità nazionale, «perché la crisi non è quella dei numeri in Parlamento ma quella dei numeri dell’economia»". Coperto da Salvini, che, sempre negli stessi retroscena viene descritto al telefono con il Capo dello Stato mentre gli dice che "se cadesse Conte, la Lega sarebbe disponibile a discutere per trovare una soluzione di emergenza a difesa del Paese".

I nomi che girano per Palazzo Chigi dalle parti del centrodestra sono sempre gli stessi: quello di Mario Draghi, caldeggiato da Giorgetti, e quello di Marta Cartabia, che al posto dell'ex presidente della Banca Centrale Europea sarebbero più digeribile per Giorgia Meloni e Fratelli d'Italia. Naturalmente nessuno dei due ha mai dato una qualsivoglia disponibilità nei confronti del progetto. Ma far girare dei nomi serve innanzitutto a dare l'idea che l'impresa sia fattibile. Poi si vedrà. E in ogni caso anche nel centrodestra c'è chi non è entusiasta del progetto.

Per esempio proprio Meloni, che invece preferirebbe di gran lunga le urne oggi che i sondaggi dicono che il suo partito sta crescendo, e che infatti in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera dice che Mattarella dovrebbe sciogliere le camere anche senza sfiducia a Conte: "E perché no? Non io, ma un costituzionalista come Mortati ha interpretato l’articolo 81 della Carta come la facoltà del capo dello Stato di sciogliere le Camere quando dovesse ravvisare che c’è troppa distanza, c’è discrasia, tra il Paese e il Palazzo. E Ed è praticamente la fotografia di questo momento". E aggiunge che un governo purchessia non sarebbe il massimo nemmeno per il centrodestra: "Credo che chiedere il voto sia legittimo, come lo sarebbe verificare le condizioni per un incarico al centrodestra, che a differenza di questa maggioranza è formato da una coalizione coesa. Temo però che ci troveremmo di fronteanumeri insufficienti o risicati anche in questo caso". 

A metà del guado c'è Renzi. Il quale invece è convinto che i piani di allargamento della maggioranza siano campati in aria e che prima o poi Conte cadrà da solo con un incidente parlamentare oppure che semplicemente non riuscirà a raggiungere i numeri che gli possono dare la sicurezza di restare in piedi. Intanto si coordina con Salvini per portare il Vietnam nelle commissioni. E se cade Conte i giochi si riapriranno visto che alle elezioni lui non crede. A quel punto il governo di unità nazionale non sarà più un'ipotesi. E dovrà considerarla anche il Pd. 

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