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Lunedì, 6 Dicembre 2021

Ddl Zan, cosa si nasconde dietro l'applauso della vergogna

Ne sono certo. Esiste una parte di Paese che mal sopporta i caroselli di chi scende in strada per festeggiare la nazionale italiana quando questa vince. Figuriamoci quando a festeggiare, come se fossimo nella curva di uno stadio, sono i senatori della Repubblica Italiana. I tifosi, lo dice la parola stessa, tifano. I Parlamentari no. Almeno non dovrebbero. Soprattutto non dovrebbero farlo in una occasione così delicata come quella in cui si è deciso il destino del Ddl Zan, cioè di una norma così detta etica, dunque capace di andare a toccare direttamente la morale dell'individuo e che, dai più, viene percepita attraverso il filtro dell’emotività. Quegli applausi a scena aperta, le urla e le braccia al cielo sono la mortificazione di chi, al di fuori di Palazzo Madama, vedeva nella legge Zan un gancio per il riconoscimento di diritti oggi opachi e discutibili. Ma è soprattutto un’offesa all’Istituzione, al Senato, luogo sacro dove si praticano i valori fondamentali della Repubblica, dove la strada della serietà e del grande senso di rispetto per le istituzioni non dovrebbe mai essere smarrita. A Palazzo Madama non si entra senza giacca, ma si può urlare più che ad un mercato. Quel clamore è indegno per ciò che rappresentano i senatori e non ha giustificazioni.

Ma chiudere il discorso così, rinunciando al tentativo di leggere quella reazione, sarebbe un insopportabile esercizio di moralismo fine a se stesso, utile solo all’autoconservazione dell’ego di chi è solito praticarlo per ogni cosa. Se il centrodestra al Senato è arrivato a reagire come di fronte ad una finale di Champions, forse è anche perché, da oltre un anno, il percorso del Ddl Zan si è trasformato da ricerca di una norma per la tutela dei diritti di gay e trans, a campo di battaglia dei partiti politici. All’inizio, prima dell’estate, il centrosinistra aveva proposto la scelta fra “Legge Zan o morte”, compattando il fronte delle associazioni Lgbtq intorno al testo, ma rimandando l’idea che qualunque critico fosse omofobo. Non è stata da meno la destra quando, in Commissione Giustizia il presidente Andrea Ostellari (Lega) aveva chiesto 170 audizioni. Ad un certo punto si era aperto uno spiraglio di trattativa tra centrosinistra e una parte di Forza Italia, ma il Partito Democratico ha votato la calendarizzazione del testo, senza che si raggiungesse un documento condiviso. Nel frattempo le posizioni politiche erano diventate dicotomiche e il clima si era avvelenato. Il centrodestra ha teso la gamba della tagliola per fare lo sgambetto finale e, di contro, Letta si è ulteriormente intestato la battaglia pro Zan, guidando il gruppo del centrosinistra e vestendo Alessandro Zan dei panni del mediatore. Ma ormai era tardi per un accordo e il cammino del Pd è inciampato nell’esperienza di Roberto Calderoli, profondo conoscitore del regolamento del Senato e ideatore della proposta di non voto agli articoli.

Lo scontro totale a cui sono arrivati i partiti nei palazzi ha creato l’atmosfera da guerriglia che si è respirata ieri a Palazzo Madama e che, nel frattempo, ha avvelenato anche i pozzi della cittadinanza. Da una parte chi ieri ha manifestato contro la legge Zan perché “impregnato di ideologia gender, perché si limita libertà di religione ed educazione, usa come foglia di fico i diritti per imporre una ideologia”. Dall’altra le associazioni per i diritti le quali, dopo mesi in difesa di ogni virgola del testo, si sono sentite tradite nel vedere lo “Zan mediatore” cercare l’approvazione delle destre. Oggi c'è tutta la rabbia di chi è sempplicemente gay e si sente meno al sicuro rispetto a ieri. “Dopo essere entrato nel nuovo posto di lavoro, ho sentito le mie colleghe parlare di me dicendo che sono una checca isterica e un frocio di m….Allora tu dimmi se di fronte una cosa del genere non serve il Ddl Zan?” mi ha scritto un lettore. La risposta è che non lo sapremo mai. Ma lui, che viene denigrato per il suo orientamento sessuale, oggi è deluso e si sente più solo di fronte a certe prevaricazioni.

La sinistra ha provato a dare la colpa alla tagliola, ma come ha spiegato il senatore forzista Andrea Cangini “di solito prima si tratta e poi si depongono le armi”. Dunque la destra ha impugnato le armi perché ha sentito di doversi difendere. Uno scontro utile solo ai partiti però. Il Pd rigetta questa idea. Simona Malpezzi è convinta di aver fatto tutto quello che si poteva fare, anche perché, si chiede retoricamente la deputata Anna Ascani (Pd): “Cosa ci avrebbe guadagnato il Pd a forzare la mano?”. C'è da chiederlo? Il consenso. Se la legge Zan passava, Letta avrebbe vinto una partita enorme, che avrebbe pagato tanto in termini di consenso. Lo stesso che oggi guadagna Salvini.

Consenso e antagonismo. L’uno serve sempre all’altro. E alla fine di una guerriglia c’è sempre un vincitore e per alcuni è anche naturale che esploda in un giubilo. Chissà se, a parti invertite, una ipotetica esultanza della sinistra avrebbe offeso chi quella legge non la voleva. Almeno oggi abbiamo un quadro più chiaro di come si sia ridotto questo Paese: sempre diviso e in costante opposizione.

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