Venerdì, 5 Marzo 2021
I dossier

Da Alitalia all'ex Ilva: tutte le crisi rimaste in sospeso 

Il governo Conte ha lasciato in eredità diversi dossier, alcuni molto pesanti, che riguardano autostrade, aerei e rete unica: ecco i 'nodi' principali da sciogliere per il nuovo governo

Foto di repertorio Ansa

Se Mario Draghi scioglierà la riserva, dando vita ad un nuovo esecutivo, si troverà a dover risolvere anche molti dossier industriali rimasti 'congelati' a causa dell'emergenza sanitaria e della crisi di governo. Dossier pesanti, che coinvolgono autostrade, aerei, acciaio e rete unica. Da Alitalia all'ex Ilva, Draghi dovrà fronteggiare le crisi rimaste in eredità dal governo Conte, vicende che si trascinano da tempo, dove alta è la posta in gioco visto che si tratta di asset strategici per la competitività del sistema Paese. Ma non solo. In primavera, con la scadenza di molti consiglio di amministrazione di aziende pubbliche, il nuovo esecutivo sarà impegnato nella delicata partita delle nomine.

Alitalia, tutti i problemi della nuova Ita

Le turbolenze con cui è cominciato l'anno non accennano a diminuire. Anzi. Il decollo della nuova Ita si preannuncia travagliato mentre si complicano i problemi della 'vecchia' Alitalia. Il nuovo piano industriale di Ita è ora all'esame delle Commissioni competenti di Camera e Senato che sono chiamate a esprimere il loro parere motivato anche se non vincolante. Ma i veri problemi sembrerebbero annidarsi a Bruxelles che deve esprimere il proprio parere vincolante. Ferma è la linea della Ue: la 'conditio sine qua non' per il via libera alla nuova Alitalia è la discontinuità rispetto alla vecchia compagnia. Ora è atteso il nuovo bando di gara per la cessione degli asset. Intanto, è allarme rosso per la situazione di cassa, che continua a bruciare mettendo, peraltro, a rischio il pagamento degli stipendi.

Autostrade, febbraio è il mese decisivo

Per il riassetto societario di Autostrade per l'Italia un punto fermo in questo primo scorcio dell'anno è stato messo. A metà gennaio l'assemblea degli azionisti di Atlantia ha deliberato il progetto di scissione parziale proporzionale di Atlantia in favore della nuova società interamente posseduta Autostrade Concessioni e Costruzioni. Il dual track comunque procede. Sul dossier, infatti, non molla la presa il consorzio Cassa Depositi e Prestiti con i fondi Blackstone e Macquarie, che però non è riuscito a concludere la due diligence entro il 31 gennaio. Di qui la richiesta di ulteriori tempi supplementari. Ancora un mese, dunque, tutto febbraio, per poter presentare l'offerta finale. Il 5 febbraio il cda di Atlantia valuta la richiesta. Uno dei principali nodi è quello del prezzo. Per azionisti di peso del gruppo, la società vale tra 11 e 12 miliardi mentre, secondo indiscrezioni, in un aggiornamento dell'offerta inviata da Cdp e fondi era previsto un prezzo rivisto al ribasso, verso la parte inferiore della forchetta di prezzo fornita in precedenza tra 8,5 e 9,5 miliardi di euro ed erano anche previste garanzie al rialzo. Nell'ultima lettera inviata da Cdp e i fondi ad Atlantia non c'è un'indicazione del prezzo.

Rete unica, serve un aggiornamento delle infrastrutture

Tra i dossier industriali che sono sicuramente rilevanti anche in ottica Recovery plan vi è quello della 'rete unica', messo a punto con parecchi stop and go e che in teoria dovrebbe tagliare il traguardo quest'anno. Sempre che ci sia ancora la volontà 'politica' per la nascita di una infrastruttura che integri gli asset in fibra esistenti per procedere alla digitalizzazione del paese, uno degli obiettivi dichiarati del Next Generation EU. Il processo di fatto è iniziato con la cessione avviata lo scorso 18 dicembre da Enel di una quota tra il 40 e il 50% di Open Fiber (la jv tra Enel e Cdp nata per cablare le aree bianche del paese cioè quelle a fallimento di mercato) al fondo Macquarie, con l'ipotesi che Cassa depositi e prestiti, presente con quasi il 10% anche nell'azionariato di Telecom Italia, arrivi alla maggioranza. La decisione di Enel su Open Fiber è stata legata proprio al progetto di una rete integrata caldeggiato dal governo Pd-M5S. Il percorso avviato dovrebbe portare alla nascita di AccessCo, la società unica delle reti frutto dell'integrazione degli asset di FiberCop e di Open Fiber. I cda di Tim e di Cdp alla fine dello scorso agosto hanno dato il via libera alla firma della lettera d'intenti con Cdp Equity che mira alla fusione. Tim è destinata a detenere almeno il 50,1% di AccessCo e l'indipendenza e la terzietà della società sarà garantita attraverso un meccanismo di governance condivisa. Nei giorni scorsi intanto Tim ha lanciato l'offerta di coinvestimento in fibra sulla sua rete secondaria, quella che dall'armadio arriva al cliente e che sarà conferita a FiberCop.

Ex Ilva, acque più tranquille

Con l'accordo di coinvestimento tra Invitalia e A.Mittal, 'benedetto' a fine gennaio anche dall'Antitrust europeo, e che sancisce l'ingresso dello Stato nella siderurgia, il tempestoso dossier sul'ex Gruppo Ilva dovrebbe navigare ora in acque più tranquille: il piano industriale stima la ripresa della produzione fino a 8 milioni tonnellate dal 2025 e anche il perimetro occupazionale dovrebbe prevedere, in 5 anni, la riassunzione di tutti i 10.700 dipendenti. Ma il condizionale è d'obbligo. Al momento infatti i 400 milioni con cui Invitalia dovrebbe acquisire il 50% del capitale di Am. Invest.co non sembrano essere stati ancora sbloccati così come risultano congelate le norme per l'integrazione salariale alla cig dei 1.600 lavoratori dell'Ilva in As. Non solo. A breve dovrà aprirsi anche la partita delle 'nomine' relative alla governance della newco con cui dare corpo alla produzione di acciaio 'condiviso': allo Stato infatti spetta la nomina del Presidente (l'ad è di competenza A.Mittal) e di 3, su 6, membri del Cda. Intanto l'accordo con i sindacati sul piano industriale langue: dopo un primo incontro tra Mittal e Fim Fiom Uilm Usb e Ugl infatti, non ha fatto seguito alcunché così come più nulla è arrivato dal governo e dal Mise.

Il dossier delle nomine

Last but not least, il dossier delle nomine. Secondo i calcoli del centro studi Comar, da qui a primavera inoltrata, nelle società pubbliche si libereranno più di 550 poltrone, tra nomine già scadute o che termineranno il mandato con l'approvazione dei bilanci 2020. Tra consigli d'amministrazione e collegi sindacali già scaduti da mesi, ci sono più di 360 incarichi nelle più importanti controllate dirette dal ministero dell'Economia. A questi si aggiungono altri 190 posti nei cda che saranno vacanti in primavera, archiviata l'approvazione del bilancio 2020. Tra le big, in prima fila c'è Cassa Depositi e Prestiti. Non sono da meno le Fs Spa. In scadenza sono anche i board di Saipem, dell'immobiliare pubblica Invimit, della società informatica Sogei e del Gse (Gestore servizi energetici). Poi, ci sono le controllate di Enel, Eni, Poste e Leonardo, Invitalia e Sport e Salute. Insomma, un giro di valzer di tutto rispetto.

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