Sabato, 8 Maggio 2021
L'intervista

"Regolarizzare tutti i migranti che hanno fatto richiesta": raffica di assunzioni per la sanatoria Bellanova

L'ex Ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova torna a parlare della sua legge per mettere in regola gli "invisibili". A Today.it spiega le nuove assunzioni per velocizzare le pratiche: "Ne ho discusso di recente con la Ministra Lamorgese"

Teresa Bellanova - Foto Ansa

Si era commossa Teresa Bellanova, allora Ministra per le Politiche Agricole, durante la conferenza stampa per la presentazione del decreto Rilancio. Illustrando i dettagli della norma, pianse perché l’aveva voluta con tutte le sue forze. Si era anche detta pronta a lasciare la poltrona da Ministro se il Governo (il Conte bis) non le avesse permesso di regolarizzare i migranti, soprattutto i braccianti, che ogni giorno lavorano nei campi senza tutele e senza paga dignitosa. "Da oggi gli invisibili lo saranno meno" disse. Era il maggio del 2020.

Ad un anno dall’approvazione però i numeri parlano descrivono un flop. A fronte di 500mila invisibili stimati, sono arrivate 200mila domande, il cui 80% non arriva dai braccianti e di cui solo il 5% ha trovato accoglimento. Tanto che di recente anche i Radicali Italiani hanno denunciato che “la regolarizzazione straordinaria del 2020 è in una situazione di stallo, con pesanti conseguenze in termini di sicurezza sociale e sanitaria e di legalità per il nostro Paese”. Chiedono lo sblocco delle 200mila domande ferme della sanatoria. A che punto siamo, lo spiega a Today.it proprio Teresa Bellanova. 

Oggi lei è sottosegretaria alle Infrastrutture e Trasporti. Ma quella legge è sua e l’ha sempre rivendicato anche con un certo orgoglio. Perché non si va avanti? Secondo lei che cosa blocca questo processo?
"È vero, tutto finora è andato avanti molto lentamente. La sensazione di stallo è comprensibilissima. Non vorrei essere costretta a ricordare come per mesi abbiamo indicato l’urgenza di semplificare e velocizzare le procedure della pubblica amministrazione; io per prima ho definito il decreto semplificazioni varato dal precedente Governo poco coraggioso e destinato ad essere poco incisivo. In questo caso tutto è ovviamente ancora più complesso. Per tre ordini di motivi. Il primo di carattere generale e culturale: per smantellare lavoro nero, riduzione in schiavitù, ghetti, invisibilità, una norma non è sufficiente. Poi il salto di qualità o è di una intera classe dirigente e di tutti i soggetti che determinano le condizioni del lavoro o rischia di non essere o essere parziale. Infine non è un mistero per nessuno: questa regolarizzazione, che definire sanatoria è profondamente sbagliato, nel precedente Governo non era la priorità di tutti. Basti pensare a quanto ho dovuto faticare perché la finestra temporale utile non durasse solo 30 giorni".

Ha detto che oggi è tutto più complesso, allora quali possono essere le ripercussioni di questo stallo adesso che siamo in piena pandemia, considerando che c’è un numero di persone che vive nella clandestinità e non può accedere ai servizi più basilari? Penso a quelli sanitari come il vaccino.
"Sono esattamente le ripercussioni che avevano dato origine alla norma sulla regolarizzazione. Eravamo in piena pandemia e bisognava agire, e in fretta, perché lavoratrici e lavoratori irregolari non rischiassero, costretti a vivere nella clandestinità e informalità degli insediamenti, di essere una minaccia per sé stessi e per gli altri".

E infatti la riforma per la regolarizzazione del lavoro nero è stata molto voluta da lei.
"Rifarei quella battaglia esattamente nello stesso modo e con la stessa determinazione. Ne vado fiera. Oltre 207mila persone si sono fidate dello Stato e ancora di più si sono fidate dello Stato quelle circa 13mila persone straniere che, senza schermo alcuno, senza datori di lavoro, hanno denunciato la loro posizione clandestina di lavoratori sfruttati e spesso ridotti in schiavitù, abitanti dei ghetti. Una fiducia che lo Stato non può e non deve tradire. Anche per questo mi conforta e considero importante, nel Pnrr appena inviato a Bruxelles, il riferimento esplicito a un Piano per rafforzare la lotta al sommerso nei diversi settori dell’economia. È segno che ero nel giusto".

Ma oggi i numeri più recenti ci dicono che oltre l’80% delle domande non sono arrivate da migranti e lavoratori dei campi; che solo 1.480 migranti hanno avuto riconosciuta la regolarizzazione della propria posizione (0.71% del totale tra chi ha fatto domanda); che solo il 5% del totale delle domande è stato accolto. Lei non ritiene che questa riforma sia stata fallimentare?
"Ne ho discusso di recente con la Ministra Lamorgese. Come sa il Viminale ha dovuto procedere, come indicato nella norma, al reclutamento di personale ad hoc. L’assunzione degli 800 lavoratori interinali per rafforzare le Prefetture - Sportelli Unici per l’immigrazione si è avviata il 22 marzo scorso, con un primo step di 328 unità effettive e ora mi risulta si stia procedendo con le altre unità. In servizio ci sono già 629 lavoratori e nei prossimi mesi dovrebbero arrivarne altri 171. A quel punto non dovrebbero esserci più ritardi o intoppi. Dal canto loro le Questure possono contare su una forza ulteriore di 400 lavoratori interinali per sei mesi. La procedura è in corso. Quanto ai numeri, al 19 marzo erano 15.144 i permessi di soggiorno chiesti alle Questure dopo la definizione di altrettante pratiche di emersione: il 7% delle domande pervenute. Per quei 12mila, 986 lavoratori che autonomamente hanno fatto richiesta di permesso di soggiorno, al 15 marzo scorso erano oltre 9mila i permessi di soggiorno rilasciati".

Ne ricava una lezione?
"Mi sembra evidente: la macchina-stato non può essere così lenta. Così si rischia di vanificare tutto. Velocizzare e semplificare deve essere un obiettivo prioritario che non possiamo mancare".

E’ possibile secondo lei che, chi la doveva “seguire”, i migranti e i lavoratori in nero dei campi in generale, non ha provato a percorrere questo nuovo canale?
"Ascolti. Quella norma è e resta la spia di un tema spinosissimo, indice della capacità o meno del nostro Paese di affrontare e risolvere le questioni più scabrose legate alla qualità del mercato del lavoro. Ho parlato non a caso di tentativo di ricomporre legame tra etica e politica nel nostro Paese. Nella scia della legge di contrasto al caporalato approvata dal Governo Renzi che non a caso affianca alla parte repressiva quella finalizzata alla Rete del lavoro agricolo di qualità. Era necessaria una finestra maggiore, e più strumenti, anche di comunicazione, perché la norma fosse conosciuta di più. Raggiungere le persone negli insediamenti informali non è facile. Credo che proprio su questo ci siano stati non pochi vuoti".

Dunque non solo lentezza e inadeguatezza della macchina pubblica.
"
C’è anche questo, è evidente. Ma non solo. Alla radice di quella norma c’è una domanda precisa: come spezziamo la catena criminale e restituiamo visibilità alle persone invisibili? Le persone non sono invisibili per caso. La loro invisibilità è funzionale a un pezzo di economia, quell’economia che dobbiamo sconfiggere perché non porta sviluppo ma sottrae sviluppo e futuro. Su questo il Piano triennale di prevenzione e contrato al caporalato è uno strumento essenziale. Nell’ultimo Tavolo l’ho ribadito: bisogna agire a partire dal trasporto verso i campi delle lavoratrici e dei lavoratori. Questo servizio deve essere gestito dal pubblico, non dalla criminalità. È il primo passo per spezzare la catena del ricatto con cui la mafia dei caporali strozza lavoratori, lavoratrici, imprese. Non solo nei campi ma anche nel lavoro di cura e assistenza domestica. Ed è fondamentale l’incrocio legale e trasparente tra domanda e offerta di lavoro. Non solo in agricoltura. Lo doveva garantire la piattaforma che Anpal non ha mai né realizzato né gestito a dovere".

Lo scorso giugno disse che era presto per valutare i risultati della sua riforma. E’ passato un altro anno. Oggi come valuta la riforma?
"Vuole sapere se sarei disposta a rifare la battaglia che ho fatto? Sì. Quella regolarizzazione è e resta la spia di un tema spinosissimo la cui soluzione è indice, qui e adesso, della capacità di un paese civile, il nostro, nell’affrontare e risolvere i temi più scabrosi e complessi legati alla qualità del mercato del lavoro e di conseguenza al suo grado di civiltà e di democrazia. Il gravissimo episodio accaduto a Foggia dei giorni scorsi, con le fucilate su lavoratori immigrati e, per uno di loro, il rischio di perdere un occhio, lo conferma. Vuole sapere se mi sono sentita sola mentre sollecitavo una finestra più ampia per le richieste di regolarizzazione o mentre chiedevo che fossero compresi anche gli altri settori, edilizia, ristorazione, logistica? Sì. Se mi sono sentita sola dinanzi agli attacchi, violenti e rozzi, sui social, alle minacce, all’utilizzo offensivo e disinvolto, crudele, del body sharming? Sì. Vuole sapere se è stato difficilissimo mantenere il comma che garantiva la possibilità ai lavoratori e alle lavoratrici dei campi di richiedere il permesso di soggiorno temporaneo praticamente autodenunciando la propria situazione di clandestinità, sottraendosi per questo alle maglie del ricatto criminale dei caporali? Sì. E per questo la condivisione con Luciana Lamorgese è stata fondamentale".

Lei ha detto che il successo non dipende dai numeri, perché anche un solo lavoratore strappato alla clandestinità è un successo. Ma allora cosa fare per tutti gli altri?
"E lo sottoscrivo. Ma ho anche detto che l’obiettivo, non negoziabile, è lo smantellamento dei ghetti; la sconfitta del caporalato e dell’intermediazione illegale e criminale del lavoro. Del caporalato dovunque si annidi: in agricoltura, nell’edilizia, nei servizi, nel lavoro domestico. Dovunque".

Come si spiega il fatto che in pochi abbiano fatto domanda, ma la Coldiretti ha dovuto organizzare un volo per far arrivare 140 lavoratori marocchini per mandare avanti il lavoro agricolo nei campi?
"E questo conferma il bisogno di quella mano d’opera straniera specializzata, presente nelle nostre campagne. Ho spesso parlato dell’agricoltura nel nostro Paese come di un grande laboratorio d’integrazione a cielo aperto, è così. Non c’è solo sfruttamento, caporalato, riduzione in schiavitù. Ci sono migliaia e migliaia di aziende, la maggior parte, che scelgono la legalità, il rispetto dei lavoratori, la correttezza dei rapporti di lavoro. Sconfiggere il caporalato equivale a difendere il lavoro, i lavoratori, le imprese sane. È interesse di tutti, classi dirigenti, sistema produttivo ed economico, istituzioni, comunità territoriale. Solo così, questa battaglia la vinciamo".

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