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Sabato, 29 Gennaio 2022
Verso il Colle

Draghi sì, Draghi no: cosa sta succedendo nella partita del Quirinale e chi lo sostituirà a Palazzo Chigi

Da una parte la confidenza di Di Maio, secondo cui il premier lavora a una staffetta con Daniele Franco: il ministro dell'Economia traslocherebbe a Palazzo Chigi. Dall'altra parte, quattro dei cinque leader "decisivi" hanno sempre più dubbi sull'ipotesi Supermario-Quirinale. Ma forse prevarrà il realismo e i partiti si troveranno spalle al muro

Sarà gennaio il mese in cui il Toto-Quirinale entrerà definitivamente nel vivo. Ma è dicembre il mese delle grandi manovre (non nel senso di legge di bilancio, o almeno non solo). C'è un grande favorito per il dopo-Mattarella al Quirinale: è Mario Draghi. Ma allo stesso tempo è sempre più palese che quest'ultimo ha reali chance di andare a risiedere al Quirinale per i prossimi sette anni solo se si delineerà un quadro politico tale da garantire ai partiti che oggi lo sostengono che la legislaturà arriverà a compimento. Tradotto: un altro premier molto "fidato", prestabilito, che porti avanti la linea Draghi e che traghetti questa strana maggioranza fino alla primavera 2023, o almeno a settembre 2022. 

Quirinale, Draghi è il favorito per il dopo-Mattarella: cosa si muove

C'è un episodio recente importante in tal senso. Vi dà ampio spazio oggi Repubblica: nel corso di un vertice internazionale il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si sarebbe lasciato andare a una confidenza con alcuni interlocutori: "Mario Draghi starebbe lavorando a una staffetta con Daniele Franco. L’attuale premier andrebbe al Quirinale, il ministro dell’Economia traslocherebbe a Palazzo Chigi. [...] l’obiettivo del responsabile del Tesoro sarebbe quello di traghettare il governo quantomeno fino a settembre del 2022. Obiettivo minimo, visto che la legislatura scade la primavera dell’anno successivo".

Ci sono alcune incognite in quello che sembra un piano molto semplice e lineare: il Pd rischia di trovarsi ingabbiato in un accordo di unità nazionale dal quale Salvini potrebbe sfilarsi poco dopo, tornando a saldarsi con Giorgia Meloni in vista delle politiche. Ma non solo: il ministro del Tesoro Franco avrebbe realmente la forza per gestire una maggioranza che va dal Carroccio al Pd, e che lo stesso Draghi a volte fatica a contenere? Mentre Matteo Salvini e Silvio Berlusconi premono per una permanenza di Draghi a Palazzo Chigi, Matteo Renzi secondo Repubblica "agisce avendo come obiettivo politico quello di scardinare l’asse Pd-Movimento, in modo da rimescolare le carte e risultare determinante nella scelta del candidato per il Colle. Il nome considerato assai vicino a Renzi è quello di Pier Ferdinando Casini" e "il fondatore di Italia Viva sarebbe tornato alla carica, spingendo per questa soluzione direttamente con Salvini".

Quello di gennaio è un passaggio decisivo per il futuro della politica italiana.  È la prima volta nella storia della Repubblica in cui uno dei candidati più accreditati al Quirinale è il presidente del Consiglio in carica. Non era mai successo che si arrivasse all'appuntamento quirinalizio con un candidato così forte e scontato. Trovare un altro nome che possa essere votato da Conte, da Letta, da Di Maio, da Renzi, da Berlusconi, da Salvini e dagli altri piccoli azionisti della maggioranza è un'impresa ai limiti dell'impossibile: la strada è quella di restare nell'alveo dell'attuale esecutivo. Quindi Daniele Franco. 

Sono giorni, appunto, di grandi manovre. Manca un mese e mezzo all'ipotetica prima votazione delle Camere in seduta congiunta. Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, racconta oggi la Stampa, "sono interessati a capitalizzare i numeri del Movimento, sulla carta ancora primo partito in Parlamento, per non rischiare di finire ai margini o esclusi dalla scelta del Colle". Il M5s farà sentire il suo peso a Camera e Senato, che è ancora superiore a quello di qualsiasi altro partito. Ma deve farlo con una strategia che sorpassi le divisioni interne di questi mesi. Come, dunque? "Conte ha capito che non è facile mantenere un equilibro di leale alleanza anche con il Pd, a maggior ragione se l'alleato pensa che tu non riesca a garantire la compattezza del gruppo. La spartizione Rai, poi, ha lasciato una ferita ai vertici del M5S, convinti che i dem abbiano lavorato per sé senza offrire sponde. Ecco anche perché Conte ha chiamato Salvini, per evitare di rimanere schiacciato sulle strategie del Pd e per conquistare una propria autonomia di manovra".

Conte ha suggerito che centrodestra e centrosinistra si parlino, per trovare una soluzione condivisa per il Colle. Non sarà facile. Conte ha tutto l'interesse a far restare per altri 12 mesi il M5s il partito di maggioranza relativa a Camera e Senato. L'ipotesi Draghi-Franco sgombra il campo da quasi tutti i problemi urgenti per i pentastellati, che avrebbero modo di arrivare alle elezioni politiche 2023 dopo aver ripreso magari quota anche nei sondaggi. Chi ha interesse a rischiare oggi crisi di governo più elezioni politiche prima dell'estate 2022, Meloni a parte? Nessuno.

Cosa può ostacolare l'ipotesi Draghi

Vero è che nelle ultime ore quattro dei cinque leader che decideranno la partita si sono convinti che sarebbe meglio che Draghi restasse a Palazzo Chigi. Troppe le incognite del 2022, tra pandemia, Pnrr da realizzare, inflazione crescente, per arrischiare una crisi di governo: Berlusconi, che si sente tra i candidati, Salvini, per lealtà verso Berlusconi, Letta, che parla di elezione di un Capo dello Stato "con una larga maggioranza". Ultimo Conte. Resta solo Meloni a spingere forte per Draghi, sperando così in elezioni anticipate. 

Per la Stampa, l'eventuale candidatura del premier "è da considerarsi accantonata, almeno per il momento. E che, magari non tutti insieme, ma ciascuno per proprio conto, Salvini, Letta e Conte (Berlusconi si sa) hanno un'idea per uscire da questa lunga, nebbiosa vigilia dell'elezione. Nessuno di loro infatti - e questo è il secondo aspetto da annotare - si è espresso a favore del bis di Mattarella. Neppure per cortesia". Oggi il punto fermo è che i leader della maggioranza di governo al Colle non vedono né Draghi né Mattarella come soluzioni ideali. Ma non hanno un nome alternativo abbastanza forte e la sensazione è che il nome di Draghi salirà e scenderà tra i "bookmakers" fino all'ultimo. Quando si entrerà nel vivo, i partiti dovrebbero tirare fuori un nome forte, condiviso e credibile. In tanti dubitano che riescano a farlo.

Il problema è che un'ipotesi di grande intesa come nell'elezione di Cossiga nel 1985 è molto lontana: il 'metodo De Mita' fu determinato da un'intesa fra grandi partiti di popolo come la Dc e il Psi, i cui segretari avevano tutti piena corrispondenza con i gruppi parlamentari. Oggi - come ha ricordato di recente una vecchia volpe come Bruno Tabacci - i leader di partito non comandano granché nemmeno "tra i loro" e probabilmente non sono in grado di mettere sul tavolo un nome subito vincente - Draghi a parte - come era invece quello di Cossiga. 

Cosa c'entra la Manovra con il Toto-Quirinale

I parlamentari, o almeno quelli che il vento lo sanno fiutare, vedono bene che con il trasloco di Draghi il voto anticipato è un rischio, "che non verrebbe del tutto compreso dagli italiani - secondo il Sole 24 Ore -  I dubbi su quale sarà il futuro del premier si stanno vedendo nella trattativa sul bilancio. Il premier sta mediando sulle risorse ma il nocciolo è altrove. Per blindare l’iter parlamentare sarebbe necessario che la prospettiva del premier fosse la stessa dei parlamentari, cioè la scadenza naturale della legislatura". La legge di bilancio continua a impegnare le giornate di Draghi e così sarà per tutto dicembre.

La certezza è che sarà un’elezione, quella del Quirinale, a larga maggioranza, non può che essere a larga maggioranza, sennò la legislatura molto probabilmente finirebbe. Quindi nome forte al Colle (Draghi) e poi nuovo premier sul solco di Draghi (Franco). La "realpolitik" porta a quello. Con altri 12 mesi di tempo per i partiti per prepararsi alla vera sfida decisiva per il futuro: le elezioni politiche della primavera 2023. Altre soluzioni che tengano insieme tutti al momento non ce ne sono. E il tempo stringe.

"Rispetto alle dodici votazioni precedenti la prossima sarà certamente più difficile, e non perché non ci siano donne o uomini in grado di salire al Quirinale - chiosa Luigi Zanda, senatore Pd, intervistato dal Sole 24 Ore - Le ragioni sono altre: prima di tutto la frammentazione del Parlamento, che di per sé ostacola l’accordo ampio che si richiede. Inoltre, la concomitanza della crisi economica con l’emergenza sanitaria è così forte che non può non incidere sugli equilibri politici". 

Draghi venne chiamato da Mattarella a febbraio per superare lo stallo governativo. Possibile che sarà sempre lui la carta che i partiti "giocheranno" per superare lo stallo quirinalizio. Né la destra né la sinistra hanno da sole i numeri necessari. Cercare convergenze è sempre possibile: ma servono leader politici veri, che abbiano il polso dei loro gruppi parlamentari 24 ore su 24. Roba d'altri tempi.

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