Tria, appello a Di Maio e Salvini: ma su Iva e flat tax nessuna certezza

"La maggioranza sia responsabile e pensi alla crescita. In nessun altro Paese europeo c'è un governo che gode del sostegno dell'elettorato e del Parlamento solido come in Italia" dice il ministro dell'Economia. Ma sul Def ci sono molte ombre e nessuna certezza

E' un appello all'unità quello del ministro dell'Economia, Giovanni Tria: "La maggioranza sia responsabile e pensi alla crescita": dice in una intervista al quotidiano "la Repubblica". "In nessun altro Paese europeo c'è un governo che gode del sostegno dell'elettorato e del Parlamento solido come in Italia. La maggioranza ha un grande capitale politico, e quindi una grande responsabilità, che deve mettere al servizio della crescita", dice il ministro, alla vigilia di un Documento di economia a finanza tutto da scrivere. E Tria prova a dare un segnale di coesione.

Tria: "Mai pensato alle dimissioni"

Tria conferma di non aver mai pensato alle dimissioni, nonostante gli attacchi delle ultime settimane: "Mai pensate e mai minacciate, anche perché quando ci si dimette davvero lo si fa senza minacciarlo prima. L'unico motivo per cui potrei pensare alle dimissioni è per andare un po' in vacanza. Ma, scherzi a parte, il mio posto - fino a quando sono utile - è stare al governo".

A proposito del Def, il ministro spiega che "sarà essenzialmente a legislazione invariata, tranne l'impatto delle misure sulla crescita che stiamo varando. Si specificherà che si sta lavorando perché la legge di Bilancio accolga una continuazione delle riforma fiscale nella direzione del programma di governo e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica fissati nello stesso Def che stiamo varando. Evidentemente si tratta di una manovra complessa che dovrà toccare sia il lato delle entrate sia il lato delle spese". "Gli obiettivi di finanza pubblica fissati dal Def - aggiunge Tria - sono quelli entro cui si dovrà operare".

L'Italia è in recessione, e Tria prova a dare una sua interpretazione del momento storico: "I Paesi più colpiti in Europa, sono le due principali potenze manifatturiere, ossia Germania e Italia. La Germania parte da livelli di crescita del Pil più alti dei nostri e quindi anche il rallentamento non la porta a livelli di crescita vicini allo zero; ma la differenza tra il nostro Paese e loro si mantiene costante, mentre anche secondo stime di organismi internazionali già nel 2020 il gap di crescita tra l'Italia da una parte e la Germania e l'eurozona dall'altra, si ridurrà. E poi, qualunque cosa si possa pensare della legge di bilancio per il 2019, compreso il reddito di cittadinanza e quota 100, questa non ha ovviamente ancora dato i suoi effetti. Bisognerà aspettare la seconda metà dell'anno per vederne qualcuno, così come per vedere gli effetti delle misure urgenti per la crescita che spero siano approvate questa settimana".

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Def, quali sono i nodi da sciogliere

La flat tax , la sterilizzazione dell'Iva, il pil, il deficit e il debito. Al centro del ring un documento da scrivere e varare entro domani. A poche ore dal varo del Def da parte del Consiglio dei ministri, non ci sono certezze né sulle misure che conterrà né sui numeri. La crescita è il primo punto da definire, perché è su quella che gira tutto e a quel che trapela sarà difficile per il governo arrivare anche solo a mezzo punto percentuale. Per Bruxelles la crescita potrebbe addirittura non arrivare allo 0,2%. Tra le ipotesi, c'è anche quella che vorrebbe Tria impegnato in una riduzione simbolica del deficit strutturale, per dare un segnale d'impegno a Bruxelles. Sul debito pesa invece l'operazione di dismissione straordinaria che, secondo gli obiettivi dell'esecutivo, quest'anno dovrebbe far incassare 18 miliardi di euro. Si tratta di un punto percentuale di pil e, se l'obiettivo non venisse rispettato, sarebbe necessario rivedere le stime già nel 2019.

Entro domani sarà quantomeno chiaro quali misure saranno al centro della manovra 2020. La realizzazione della flat tax, secondo alcune stime, potrebbe costare tra 12 e 15 miliardi di euro. Ovviamente nella formula che prevede l'aliquota al 15% per i redditi fino a 50.000 euro e un sistema che rispetti il principio costituzionale di progressività per chi supera il tetto. Non si tratterebbe, quindi, della vera flat tax, cioè di un'unica aliquota per tutti i redditi. Solo tale impostazione consentirebbe di inserire il capitolo nel Piano nazionale delle riforme, che accompagna il Documento, permettendo sia al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, sia al vicepremier, Matteo Salvini, di portare a casa il risultato. Ma anche l'altro vicepremier, Luigi Di Maio, vuole mettere la propria firma sulla riduzione delle tasse, e lo fa assicurando che sarà ''il garante della flat tax'' e farà in modo che aiuti il ceto medio, non i ricchi. Ma non è affatto chiaro dove dovrebbero essere individuate le risorse, che coprano la nuova spesa. Su tutto incombe la sterilizzazione dell'Iva, forse lo scoglio più grande da affrontare, visto che da solo costa ben 23 miliardi nel 2020. La clausola di salvaguardia prevede che, dal primo gennaio del prossimo anno, l'aliquota ordinaria dell'imposta sul valore aggiunto passi dal 22% al 25,2%, mentre quella ridotta dal 10% salirà al 13%.

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