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Martedì, 18 Gennaio 2022
Puglia

Puglia, Vendola si libera del Pd e apre ai montiani

Tensione sull asse di centrosinistra. Il Partito Democratico minaccia di staccare la spina. Il governatore rilancia: “Sono pronto a dimettermi”. E intanto affida le chiavi del Bilancio della Regione al centrista ex Pdl Leonardo Di Gioia

Da 'c’eravamo tanto amati' ai ferri corti. L’alleanza in Puglia tra il Partito Democratico e Sinistra Ecologia e Libertà è arrivata al capolinea. Vendola ha deciso di svestire i panni della comparsa, rivendicando il ruolo del presidente, di quello che “fa la giunta nell’interesse della Puglia” contro le richieste dei partiti di sistemare Tizio piuttosto che Caio o Sempronio al posto di Mevio. Si volta pagina, altrimenti “al Pd toccherà trovarsi non solo un nuovo governo, ma soprattutto un nuovo presidente” tuona Nichi, che rilancia e provoca i compagni sostenendo di essere disposto persino a dimettersi.

Il rimpasto di giunta è un campanello d’allarme che riflette l’esigenza del governatore di Terlizzi di riappropriarsi della leadership che l’ingombrante vicinanza a Bersani gli aveva tolto. Non fosse anche che per riconquistare la fiducia degli italiani e dei pugliesi, Nichi Vendola ha deciso di smarcarsi dal Pd: da quel partito con il quale da otto anni governa la Regione Puglia e il cui rapporto ha pesato come un macigno sull’economia di Sinistra Ecologia e Libertà, che fino a due anni fa aveva un largo consenso, poi incredibilmente dissoltosi per un matrimonio costruito male e finito peggio e per la condizione di subalternità in cui si era cacciato il leader di Sel.

Meglio tardi che mai, potrebbero dire i simpatizzanti del governatore. In fondo, il tentativo di realizzare il progetto del cantiere del centrosinistra, quello del cambiamento, delle persone protagoniste della vita pubblica, dell’ambiente, del lavoro, delle pari opportunità, dell’università, delle politiche sociali e della speranza di capovolgere la condizione di un paese depresso e di mettere da parte una stagione figlia del berlusconismo, è rimasto tale.

E può suonare strano, ma non lo è, la scelta di affidare le chiavi del Bilancio al montiano ed ex Pdl, Leonardo Di Gioia. Una decisione che ha lasciato tutti o quasi a bocca aperta e che ha contribuito ad alimentare il conflitto interno al centrosinistra scoppiato all’indomani del deludente risultato elettorale ottenuto in Puglia. Un colpo di coda, questo, che ha certificato il fallimento del cantiere del centrosinistra e bocciato un’alleanza fragile, discontinua e dettata dai tempi piuttosto che dalle ragioni.

Con la promozione di Leo Di Gioia il presidente non apre ai montiani, con i quali non vi sarebbe alcuna convergenza politica, ma a una nuova fase, che egli stesso ritiene necessaria: “Ho avuto modo di apprezzare la competenza tecnica, il decoro comportamentale e la passione civile del giovane foggiano, il quale mi ha recentemente comunicato l'intenzione di aderire alla mia maggioranza senza nulla chiedere in cambio. Penso che aprirsi a competenze ed esperienze diverse, tanto più in tempi di urla e di fanatismo, sia una via necessaria. E dunque si riparte".

Sono giorni decisivi per il futuro del centrosinistra, caratterizzati da malumori e controversie tra malpancisti dei due schieramenti, che occupano le prime pagine dei principali quotidiani pugliesi, per nulla sorpresi, ma preparati al rimbalzo delle responsabilità che una sconfitta così lampante avrebbe inevitabilmente provocato. Il primo a gettare benzina sul fuoco è stato lui, il presidente, abile ad anticipare la discussione interna al Pd sul futuro della giunta regionale e ad approfittare del momento “no” di un partito invecchiato, lento, lacerato e autolesionista, lasciando peraltro a Blasi, segretario regionale, la responsabilità di una decisione sul futuro politico e non solo, della Puglia. Che in termini pratici vuol dire aver lasciato il Partito Democratico con il cerino in mano.

In questo modo Vendola ha dissacrato il rapporto tra il Pd e Sel per dar prova di sé, provando a riconquistare la fiducia di chi alle recenti Politiche lo ha "tradito" preferendogli Grillo oppure Ingroia. E non solo. L’apertura ai grillini prima e ai centristi dopo, compresi i reduci dell’Udc, rendono bene l’idea di come il leader di Sel abbia compreso la necessità di voltare pagina, servendo ai suoi avversari, con un colpo di genio e su un piatto d’argento, l’opportunità di liberarsi da pregiudizi e luoghi comuni, di cui egli stesso era stato vittima e bersaglio preferito.

L’arroganza del Partito Democratico e il desiderio di Nichi di liberarsi da quella condizione di “servitù” in cui si era cacciato, che lo aveva costretto ad accettare l’idea di un centrosinistra progressista a parole, ma conservatore nei fatti, hanno decretato la fine di quel cantiere innovativo, profumato e vivo, che dalla Puglia si era cosparso a macchia d’olio nel resto d’Italia, ottenendo buoni risultati elettorali quando però a guidare la coalizione di centrosinistra erano state personalità di Sel.

Un segnale, il successo dei vendoliani a Genova, Cagliari e a Milano, che i democratici non hanno voluto cogliere. Un segnale sepolto con la scelta del Pd di rinunciare al voto e di appoggiare il governo Monti. I democratici hanno preferito mettersi al riparo dal successo del fedele alleato, cercando in tutti i modi di arrestare l’onda vendoliana per non correre il rischio di essere risucchiati a sinistra, a scapito però dell’elettorato dell’Italia Bene Comune.

Nel frattempo in Puglia, Sergio Blasi, ha invitato i suoi assessori a non firmare i decreti di nomina. Al presidente di Terlizzi, dietro la minaccia sottintesa del ritorno al voto, ha chiesto invece di fare un passo indietro e di aprire un canale di dialogo per un’eventuale ricontrattazione delle scelte. La risposta di Vendola è arrivata perentoria: “Mi sono dedicato a scegliere i migliori in campo. Credo che il Partito Democratico da questo giro esca assolutamente rafforzato nella sua presenza in giunta, visto che due dei suoi assessori cumulano quattro assessorati". Tra domenica e lunedì si deciderà il futuro di una Regione consegnata al centrodestra, in tutti i sensi. Il Pd regionale, chiamato a scaricare frizioni e colpe difficilmente attribuibili ad altri, si riunirà per decidere se chiedere o meno la testa dell’ex vicepresidente della Commissione antimafia in Parlamento. Il rischio è alto, ma la situazione, come è accaduto in passato, dovrebbe rientrare.

Nichi Vendola, che dice di voler bene più ai pugliesi che ai partiti, pretende rispetto per il suo ruolo: “Se un assessore mi viene consigliato da un segretario di partito io non sono più libero di prendere quell'assessore e rimproverarlo quando sbaglia o di indicargli che deve fare con più solerzia il suo mestiere. Non sono più in grado di esercitare il compito per cui io sono stato eletto”. Agli alleati e agli oppositori ricorda che "la posta in gioco è alta, riguarda non il destino di un frammento di classe politica, bensì la vita e i diritti della nostra gente”.
 

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