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Venerdì, 21 Gennaio 2022

"Bergoglio fu vittima della dittatura, non un complice"

o afferma Adolfo Perez Esquivel, argentino, premio nobel per la pace del 1980, che oggi viene ricevuto da Papa Francesco in Vaticano

"Jorge Mario Bergoglio fu una delle tante vittime della dittatura, non un complice". Lo afferma Adolfo Perez Esquivel, argentino, premio nobel per la pace del 1980, che oggi viene ricevuto da Papa Francesco in Vaticano.
"Essere complice, infatti, significa aver collaborato con la dittatura; in effetti, alcuni vescovi - come monsignor Adolfo Servando Tortolo [vicario castrense, arcivescovo di Paraná e ancora presidente della Conferenza episcopale argentina negli anni '76-'78] furono complici; faccio poi notare che Bergoglio, a quel tempo, non era vescovo, ma solamente superiore provinciale dei gesuiti in Argentina. E' anche vero che egli non ebbe il coraggio, come lo ebbero altri sacerdoti, religiosi, religiose, e anche vescovi, di porsi alla guida di coloro che lottavano per i diritti umani; questo non lo fece. Mi consta però che egli cercò di protestare per la violazione di questi diritti. Dobbiamo comunque collocare questi fatti nel clima tremendo di quell'epoca di dittatura militare", afferma Perez Esquivel in un'intervista a Luigi Sandri e Gianni Novelli al mensile 'Confronti' che apparirà nel numero di aprile. Perez Esquivel, difensore dei diritti umani in Argentina, è stato imprigionato e torturato durante la dittatura militare. La sua elezione al soglio pontificio è "un grandissimo evento" storico, per Perez Esquivel.

"Mi ricordo - prosegue Adolfo Perez Esquivel nell'intervista a 'Confronti' - di avere allora parlato con il rappresentante della Santa Sede di quel tempo, mons. Pio Laghi, sul problema della difesa dei diritti umani in Argentina, e anche delle suore e dei religiosi incarcerati e torturati. Egli mi disse: 'Che vuole che faccia? Io sono il nunzio apostolico; noi protestiamo, protestiamo con i militari, ma essi, pur dando ad intendere di ascoltarci, non fanno poi quello che chiediamo loro'. Bergoglio, come tanti altri, fece lo stesso; si limitò a protestare. A me sembra, però, che non sia giusto accusarlo di complicità. Capisco, naturalmente, il risentimento delle famiglie dei religiosi colpiti, e qualcuno che afferma: 'Bergoglio non fece abbastanza'; non dice 'non fece', ma 'non fece abbastanza'.
E questo è vero, se per 'fare abbastanza' si intende il comportamento di alcuni coraggiosi vescovi, come Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja, ucciso il 4 agosto 1976; Novak Alfredo Ernest, di Paranaguá; Jaime Nevares, vescovo di Neuquén e Miguel Hesayne vescovo di Viedma che quotidianamente e pubblicamente difendevano la vita e i diritti umani". Che significa, secondo lei, l'elezione a papa di un vescovo che viene dal sud del mondo? "Un grandissimo evento!", risponde il premio nobel per la pace. "Perciò mi dispiace che, invece di sottolineare ed apprezzare che è la prima volta che l'eurocentrismo della Chiesa comincia a guardare con un altro sguardo all'America latina - un continente con tanti profeti, tanti martiri, tante voci che vivono e proclamano il vangelo - e al mondo, si cerchi unicamente il modo di attaccare Bergoglio; non mi pare una cosa saggia. Penso invece che dobbiamo dare risalto a questo fatto - la sua elezione a papa - come un fatto storico. E' anche importante notare che lui si comporta con umiltà, come un pastore. Non è un intellettuale da biblioteca come Ratzinger, è un uomo che va nelle parrocchie, visita i suoi sacerdoti, sta con la gente... Bergoglio è un uomo di dialogo.
Egli era anche presidente della Conferenza episcopale, e perciò doveva avere alcuni rapporti con i Kirchner [Néstor, presidente dell'Argentina dal 2003, e sua moglie Cristina, presidente dal 2007 e tuttora in carica], che, però, non sono gente di dialogo... Bergoglio, con la sua formazione gesuitica, è un uomo che sa bene amministrare e, insieme, sa essere pastore. In questo senso i suoi primi passi da vescovo di Roma sono significativi: egli, la sera dell'elezione, non ha dato subito la benedizione al popolo assiepato in piazza san Pietro ma, prima, ha domandato al popolo di benedirlo. E, poi, il solo fatto di chiamarsi Francesco rappresenta moltissimo, mostra il suo pensiero, perché quel nome è un messaggio in sé, che da solo dice solidarietà con i poveri, amore alla natura, umiltà, dedizione alla pace, fraternità. E' un grande segno di speranza".

Fonte: Confronti →
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