Giovedì, 21 Ottobre 2021

C'è la Camorra dietro ai cassonetti gialli degli abiti usati: "Sistema collaudato"

E' L'Espresso a fare luce su tutta questa vicenda, in un articolo di Giovanni Tizian

Avete mai lasciato i vestiti usati in quei cassonetti gialli presenti in quasi tutte le città italiane? C'è un aspetto oscuro di questa raccolta di abiti usati che in pochi sanno. Un'organizzazione legata alla malavita campana ha fatto milioni gestendo il giro d'affari dei vestiti lasciati per beneficenza dai cittadini nei contenitori ai lati delle strade. Un giro gestito da cooperative sociali borderline e per cui sono finite in manette 14 persone. E' L'Espresso a fare luce su tutta questa vicenda, in un articolo di Giovanni Tizian.

La criminalità organizzata è riuscita a trasformare una merce senza più alcun valore in un mucchio di soldi. Tanti, tantissimi soldi. Lascia senza parole quello che è venuto fuori dalle indagini della Squadra Mobile di Roma guidata da Renato Cortese e coordinate dalla procura antimafia di Roma.

L'Espresso scrive:

In manette sono finite quattordici persone accusate di traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere che aveva tra i suoi scopi quello di raccogliere, trasportare, cedere e gestire una quantità enorme di indumenti usati grazie agli appalti ricevuti dalle amministrazioni pubbliche che senza gara hanno affidato ad alcune cooperative il servizio. Lavori conquistati a Roma, in Abruzzo, in Campania. Ma il traffico vero e proprio aveva come terminali il Sud Africa, i Paesi del Nord Africa e l'Est Europa.

L'ordinanza di custodia recita: "Un sistema collaudato di “rete” mediante il quale le imprese riescono ad acquisire affidamenti diretti per il servizio di raccolta della frazione tessile differenziata presso i Comuni di Lazio, Campania e Abruzzo, attraverso compiacenze politiche e collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi".

La gestione dell'affare prevedeva il finto recupero della merce raccolta e la sistematica falsificazione dei documenti di trasporto e dei certificati di «igienizzazione»: la legge prevede che gli abiti raccolti prima di poterli reinserire nel mercato vadano disinfettati e ripuliti. L'associazione scoperta dalla polizia, invece, per risparmiare non avrebbe effetuato questo passaggio e spediva direttamente all'estero i prodotti, che senza questo passaggio potevano diventare nocivi per la salute.

E il business era molto remunerativo: il ricarico su ogni chilo venduto all'estero andava dai 35 ai 58 cent.

Fonte: L'Espresso →
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