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Sabato, 4 Dicembre 2021

C'è una Lampedusa anche nel Pacifico: l'Australia non riesce a fermare i migranti

Le somiglianze tra Christmas Island e Lampedusa non sono poche: una terra emersa di piccole dimensioni - 135 kmq - alle prese con un’invasione di clandestini perché si trova ad appena 360 km di distanza dalle coste di Giava

Christmas Island, al largo delle coste australiane, è la “Lampedusa del Pacifico”.  I primi arrivi di profughi risalgono a oltre dieci anni fa ma quest’anno il flusso si è intensificato.

L'Australia ha schierato la sua Marina, ma il flusso cresce. Per quest'isola passa un grande traffico di profughi che, provenienti da diversi paesi orientali, chiedono asilo all'Australia: molti di questi provengono dall'Afghanistan, dallo Sri Lanka, dall'Indonesia e da altri stati vicini.

John Howard, l'ex primo ministro australiano, tramite il Parlamento australiano aveva escluso l'isola dalla zona di immigrazione australiana: ovvero chiunque arriva in quest'isola non può fare domanda per ottenere automaticamente la condizione di rifugiato, consentendo così alla marina australiana di rimandare indietro gli immigrati clandestini.

Le somiglianze tra Christmas Island e Lampedusa non sono poche: una terra emersa di piccole dimensioni - 135 kmq - alle prese con un’invasione di clandestini perché si trova ad appena 360 km di distanza dalle coste di Giava. Trattandosi del lembo di terra australiano più vicino all’Indonesia, le barche dei clandestini puntano ad arrivarci considerandolo una sorta di porta verso il mondo industrializzato, proprio come è Lampedusa nel caso dell’Italia.

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La decisione di schierare le navi della Marina per arginare il fenomeno ha funzionato? Maurizio Molinari sulla Stampa scrive:

L’esito è stato quasi nullo: rispetto ai suoi circa 2000 abitanti, Christmas Island oramai ospita oltre 3000 clandestini detenuti in cinque prigioni australiane. Poiché gli arrivi continuano - soprattutto da Afghanistan ma anche da Iran, Sri Lanka e Pakistan - il premier Tony Abbot ha studiato un’altra via d’uscita: un’intesa bilaterale con il governo della Nuova Papua Guinea affinché accetti automaticamente qualsiasi clandestino sbarcato su Christian Island. E Canberra si incarica di sostenere i costi di questa accoglienza forzata, che garantirà ai clandestini lo status di rifugiato ma non l’asilo politico. Ma l’avallo della piccola e indipendente Nuova Papua Guinea - che potrebbe essere seguito da un accordo analogo con Nauru - ha sollevato l’allarme in più Paesi dell’Estremo Oriente.  

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Giuristi, attivisti e varie associazioni rimproverano all'Australia a un’eccessiva leggerezza nell’aver immaginato un sistema destinato ad assomigliare alle deportazioni.

Arrivato a Bali per il summit dell’”Apec”, Abbott sapeva di finire sotto-processo a causa del piano anti-clandestini ma in più occasioni è riuscito ad evitare l’assedio tagliando corto: “La decisione è già presa, andremo avanti fino in fondo”. E l’Indonesia, nelle vesti di padrone di casa, non ha voluto il duello aperto con Abbott, consentendogli di tornare in patria potendo affermare di non essere indietreggiato di un millimetro. Resta il fatto che le forze navali di Canberra si preparano a far applicare l’intesa appena il memorandum sarà siglato.

Una cosa è in ogni caso sicura: quando inizieranno i primi trasferimenti in un Paese terzo l'identità australiana cambierà, e ci si dovrà porre delle domande su come gestire le inevitabili e inarrestabili migrazioni del futuro.

Fonte: La Stampa →
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