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Sabato, 4 Dicembre 2021

Latte lituano, pomodori cinesi e prosciutti francesi: il mondo del "Meid in Itali"

Le proteste di Coldiretti hanno portato alla luce un mondo di "finti" prodotti italiani ma in regola con le leggi: dall'olio spagnolo-italiano allo spaghetto dall'anima francese

Prima hanno bloccato le frontiere impedendo, per qualche ora, l'arrivo di cibi stranieri in Italia. Poi hanno portato i loro maialini davanti alla Camera per chiedere alla politica di "adottarli". Sono stati due giorni di protesta quelli degli agricoltori e dei coltivatori italiani che si sono mobilitati a difesa del "Made in Italy". E, di conseguenza, contro le importazioni sleali nel Bel Paese. 

Importazioni che, denuncia Coldiretti, tolgono lavoro e qualità al settore italiano. E importazioni che, il dato è incontrovertibile, hanno creato un vero e proprio "impero parallelo". 

I manifestanti al Brennero hanno bloccato i camion e dalle celle frigorifere hanno scaricato cosce di maiale apparentemente insignificanti. Se non fosse per il timbro stampato sulla cotenna: Belgio, Francia, Olanda, Germania. Appunto: mezza Europa, ma non l'Italia. 

A questo punto - spiega il Corriere.it - il teorema dell'organizzazione degli agricoltori è semplice: 

L'industria di trasformazione importa materia prima per confezionare prodotti che poi spaccia come «made in Italy» ingannando il consumatore e bruciando posti di lavoro nei campi e negli allevamenti nazionali. Nel 2012, secondo i calcoli di Coldiretti, sono state importate 57 milioni di cosce di suino, a fronte di una produzione nazionale di 24,5 milioni. In sostanza due prosciutti su tre provengono da terre lontane.

Numeri importanti, quindi. "Ma sono tutti lavorati negli stabilimenti italiani", replica Luisa Ferrarini, presidente di Assica, associazione industriali delle carni e dei salumi, affiliata a Confindustria. Sia Coldiretti che Assica dicono evidentemente due cose vere. Ma il punto è che sono verità che non si parlano fra loro. 

"I produttori - ragiona il Corriere - sostengono che i consumatori sceglierebbero con maggiore consapevolezza se conoscessero la provenienza delle materie prime. Comprerebbero prodotti più costosi? Manca la controprova. In realtà la gran parte dei cittadini-consumatori si comporta in modo contraddittorio. Nei sondaggi mostra di apprezzare «il made in Italy», ma quando si trova davanti agli scaffali guarda il cartellino del prezzo e lì si ferma". 

E quasi sempre a "vincere" è la convenienza. 

Cosa di cui, però, gli agricoltori e gli allevatori non sono convinti. Pasta e pomodoro, ad esempio: il dna culturale, prima ancora che gastronomico, del Bel Paese. Eppure gli stabilimenti italiani, osserva ancora la Coldiretti, ammassano ogni anno 5,7 miliardi di chili di grano provenienti da Francia, Ungheria, Austria, Germania e Canada. E, nota ancora l'associazione, l’industria di trasformazione importa 72 milioni di chili di salsa in concentrato dalla Cina. 

"Dopodiché, però, - scrive il Corriere - nessun imprenditore spiega fino in fondo perché, su tutte le confezioni di pasta si sprechino i tricolori e i richiami, talvolta anche retorici, al Bel Paese. Come dire: lasciamo ai convegni le cifre sulle importazioni di grano, ma è meglio che il consumatore non sappia che l’anima dello spaghetto, talvolta, può essere francese, ungherese e perfino Canadese.

Un po' come accade alle mozzarelle o agli yogurt con nomi italiani confezionati con latte lituano o polacco. 

Lo scontro furibondo tra lobby e governi produce la semi paralisi della legislazione. Oppure qualche risultato grottesco. Una prova? È sufficiente leggere l’etichetta su una bottiglia di olio, uno dei pochi settori in cui l’Unione europea ha adottato un regolamento comune. La dizione più frequente è un capolavoro di tartufismo politico: "miscela di oli comunitari". 

Tradotto: olio ricavato da materia prima spagnola, greca, o portoghese in una bella bottiglia vestita all'italiana. 

Fonte: Corriere.it →
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