Giovedì, 15 Aprile 2021

Coronavirus, il racconto dell'anestesista: “Ho pianto al telefono col figlio 18enne di due pazienti”

La testimonianza di Simona, arrivata da Genova a Parma per lavorare in prima linea nei reparti Covid. Quando le è toccato chiamare i parenti di un coppia ricoverata, si è trovata a parlare con un ragazzo giovanissimo. “Avrà avuto 18 anni ed era rimasto da solo”

Foto di repertorio Ansa

Simona è tra i 16 medici volontari che hanno risposto al bando della Regione Emilia Romagna per nuovi medici con cui affrontare l’emergenza coronavirus. È arrivata da Genova e al 2 aprile è in prima linea come medico anestesista rianimatore. “Devo dire che la situazione si è presentata abbastanza critica. Magari non come all’inizio della pandemia, ma sicuramente c’è stato un turnover importante di pazienti che entravano e uscivano dalla terapia intensiva. Una situazione pesante da sostenere”, racconta a ParmaToday.

“Ho fatto due giorni di affiancamento quando sono arrivata, poi in base ai turni mi recavo in Rianimazione. Devo dire grazie ai colleghi che mi hanno introdotta nel reparto Covid. C’è una lunga preparazione che comprende più fasi: la nostra vestizione è assai complessa, precede l’ingresso nel reparto Covid. Si prosegue, una volta dentro con la visita a tutti i pazienti e, una volta finita ci si sveste in maniera molto attenta e si va a riferire il tutto, una relazione ai responsabili”, spiega, specificando di avere a dispositivo tutti i dispositivi necessarie per la sicurezza e la protezione.

Simona racconta la quotidianità in reparto, i rapporti con i colleghi e soprattutto con i paziente e le loro famiglie. “Ognuno di noi durante il turno trova il momento adatto per parlare con i parenti dei pazienti. Di solito si fa la chiamata informativa appena si ha un attimo, dopo la visita di routine. Si rimane sempre in contatto con i pazienti e con i familiari. Alle volte siamo costretti a fare da tramite perché sono intubati e ventilati, ma lo facciamo con piacere. Ad esempio mi è capitato che ci fosse una persona vicina a me che si era svegliata. Il figlio mi aveva chiesto di lasciargli un messaggio registrato. L’ho fatto”.

Da quando è arrivata, Simona ha visto diminuire gli ingressi in ospedale, ma la situazione resta complicata. “All’inizio, quando non ero neanche a Parma, mi sembrava l’apocalisse. Posso confermarvi che quando sono arrivata ho percepito la stessa situazione - ricorda - Voglio dimenticare le brutte notizie date ai parenti. Mi rimane invece l’esperienza da trasmettere ai colleghi, sono stata accolta come in una famiglia. Durante il giorno non avevo distrazioni, se uno torna a casa propria tende a pensarci un po’ meno. A me hanno dato un appartamento, non ho le mie cose qui e naturalmente la mente torna su alcune scene. Faccio turni di notte e di 12 ore al fine settimana. Sei ore invece nei giorni feriali. La stanchezza si fa sentire, l’unica cosa che aiuta a dormire è quella”.

Simona racconta poi una storia che l’ha particolarmente segnata, tra le tante di cui è stata testimone e protagonista in questi giorni di impegno in prima linea.

È stato il primo paziente che ho curato. Si trattava di un uomo appena entrato in Rianimazione. Anche la moglie era positiva ma non aveva bisogno di cure ulteriori. La sua situazione era abbastanza sotto controllo. In questi casi bisogna avvertire i parenti ed è toccato a me. Io ho telefonato al figlio. Dall’altra parte del telefono c’era un ragazzo, una voce giovanissima. Avrà avuto 18 anni ed era rimasto da solo. Non mi aspettavo di sentire una voce così giovane, non ero preparata a parlare in maniera semplice e rincuorante a un ragazzo. Ho cercato di dominare l’emozione,  gli ho detto però che il padre era peggiorato e che ci saremmo sentiti ogni giorno per gli aggiornamenti. In realtà lui è stato molto pacato, gli si è rotta la voce per l’emozione. Normale, comprensibile. Piangeva anche se non sembrava, ho pianto anche io

La madre del ragazzo, spiega Simona, ora sta meglio mentre il padre ha avuto bisogno di cure “superiori e specifiche”, è migliorato ma “vive una fase critica”. “Grazie all’incubazione e al supporto del ventilatore si è ripreso. Questa è una patologia lunga e le due settimane non sono state sufficienti nel paziente nel debellare il virus”.

Fonte: ParmaToday →
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