Andrea, italiano ricoverato un mese in Spagna per il coronavirus: "Sembrava Chernobyl"

La testimonianza di un 37enne italiano, sopravvissuto al coronavirus. Quando è entrato in terapia intensiva i medici gli hanno detto: “Chiama a casa perché non sappiamo come finirà”

Andrea Tavoloni, 37enne anconetano che vive e lavora in Catalogna, è guarito dal coronavirus, dopo essere stato attaccato a un respiratore nell’ospedale Clinic di Barcellona. 

“Mi sono ammalato a fine marzo”, racconta ad AnconaToday. Titolare di un bar, ha deciso di chiuderlo per sicurezza prima ancora che il governo spagnolo imponesse il lockdown. “Mi ero messo in quarantena per evitare guai. Per 5 giorni ho avuto febbre alta, ma non volevano ricoverarmi perché non avevo sintomi respiratori. Quando mi sono fatto visitare in un ambulatorio perché stavo sempre peggio, hanno visto qualcosa di strano nei polmoni e mi hanno portato in ambulanza all’ospedale con il sospetto del Coronavirus. Sospetto che poi il tampone ha confermato”.

La conferma del tampone è arrivata il 26 marzo, il giorno prima del compleanno di Andrea, che lo ha passato in un reparto Covid dove è stato ricoverato. “Gli infermieri entravano bardati, coperti da camici, mascherine, occhiali: mi sembrava di stare a Chernobyl”, ricorda. 

“All’inizio non pareva grave la situazione. Ma quando una notte, alle 2, mi hanno spostato in dialisi, ho capito che qualcosa non andava perché io soffro di una patologia renale e immaginavo che sarei andato incontro a problemi”. Man mano che le sue condizioni peggioravano, Andrea è stato trasferito da un reparto all’altro: sempre più indebolito, con la febbre che tornava ogni sera e il fiato corto. “Avevo acqua in un polmone e un’infezione nell’altro: è incredibile come sia successo tutto in poco tempo. In certi giorni non avevo nemmeno la forza di prendere il cellulare, non riuscivo a parlare: alzarmi dal letto per andare in bagno era un’impresa”.

Poi è arrivato il momento del trasferimento in terapia intensiva. “Mi hanno detto: ‘Ti portiamo in una stanza dove c’è una bombola d’ossigeno più grande’. Lì ho capito che le cose si stavano mettendo male. La conferma l’ho avuta da una dottoressa che parlava italiano. 'Chiama i tuoi cari, fagli sapere come stai perché non sappiamo come finirà’, mi ha suggerito. Stavano per sottopormi a una terapia sperimentale e non sapevano come sarebbe andata perché poteva danneggiare il cuore. Sì, in quel momento ho pensato al peggio”. 

La cura però ha funzionato, anche se ci è voluto del tempo. La situazione clinica di Andrea con il passare dei giorni è migliorata e lui è potuto uscire dall’ospedale. “Mi hanno trasferito al Catalunya Plaza, un 5 stelle trasformato in albergo per Covid. È stato come tornare dall’inferno. Pian piano mi sono ripreso”. Ventisette giorni dopo il primo ricovero, Andrea è poi riuscito a tornare a casa. 

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“È stato tremendo dover combattere da solo, anche se mi arrivavano continui messaggi di affetto. Alla parrocchia di Pietralacroce i miei amici avevano organizzato anche dei gruppi di preghiera. L'ho sentito tutto quell'amore, mi ha aiutato a superarla. E adesso ho capito quanto è importante la vita e quanto è bello respirare, parlare, mangiare. Sì, alla fine ho vinto io”. 

Fonte: AnconaToday →

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