Martedì, 20 Aprile 2021

"Mio marito positivo al coronavirus, per me e mio figlio rimpalli di responsabilità e zero tamponi"

La testimonianza di un avvocato residente a Milano, il cui marito è stato ricoverato in gravi condizioni in ospedale. A lei e al figlio 13enne nessuno ha fatto un tampone. “Ti aspetti di essere guidata e ti ritrovi a navigare a vista"

Foto di repertorio Ansa

Isolati, fisicamente e psicologicamente, alle prese con i tentativi di avere notizie e la frustrazione il più delle volte di trovarsi davanti un muro di incertezza. È la situazione in cui spesso si ritrovano i parenti dei malati positivi al coronavirus, come racconta ad esempio Isabella, avvocato residente a Milano, moglie di un 51enne ricoverato in gravi condizioni all’Istituto clinico Città Studi. Quando ai primi di aprile il marito si è ammalato, Isabella è passata dall’essere una semplice osservatrice esterna della pandemia, seppure come tutti “impegnati a eseguire alla lettera ogni ordinanza”, a ritrovarsi all’improvviso “testimoni di una tragedia, come molti altri”. A quel punto, racconta Isabella all’Adnkronos Salute, diventa chiaro chiaro come "la gravità della situazione la stavamo guardando da un oblò". 

“Ti aspetti di essere guidata e ti ritrovi a navigare a vista. Sulla carta ci sarebbero regole precise per chi è stato a contatto con un caso positivo. Persino sulla raccolta differenziata, e io questo l'ho appreso giorni dopo leggendo un foglio appeso al portone del palazzo in cui vivo. La mia spazzatura non posso differenziarla, devo sigillarla in un doppio sacchetto e buttarla nell'indifferenziata. E' una forma di tutela per gli altri, per chi deve occuparsi dei rifiuti. A saperlo, ovviamente”, spiega.

Coronavirus, il racconto di Isabella: una trafila "disperante" per avere informazioni

Isabella definisce “disperante” la trafila che ha affrontato per cercar di informarsi, di capire sul piano pratico cosa bisogna fare “nel concreto della vita di tutti i giorni”, a partire dalla chiamata al numero ministeriale 1500. In quel caso, ammette, “è stato come parlare con un registratore inutile. I volontari ci mettono tanta umanità, ma sono impotenti, possono dare solo informazioni di base, già superate dagli eventi”. 

“La prima domanda che ti viene in mente è: io e mio figlio 13enne dobbiamo fare il tampone visto che abbiamo vissuto in casa con una persona positiva al virus, condividendone spazi vitali? Inutile dire che, ancora oggi, non c'è stato nessun tampone per noi”, spiega. Dopo il tentativo con il numero 1500, Isabella ha provato a chiamare il servizio dell’Ats, l’Agenzia di Tutela della Salute della Lombardia, “che solo dopo mia insistenza decide di prendere i nostri dati”, che a rigor di logica avrebbero già dovuto esistere da qualche parte, poiché inseriti dal medico di base, visto che Isabella è parente di un paziente Covid. La donna ci tiene a sottolineare il grande lavoro dei medici di famiglia (“sono gli unici in grado di darti un aiuto concreto”), ma accusa: “Il problema sono tutti questi passaggi che visti dall'interno sembrano protocolli inutili. Protocolli inutili che legano le mani dei camici bianchi".

Isabella elogia “l'ottimo operato dei medici. E pensare che io sono stata seguita dal sostituto della mia dottoressa, che è stata 40 giorni in malattia a casa e non ha ricevuto un tampone neanche lei al momento. Il medico che l'ha sostituita mi chiama ancora oggi per accertarsi che tutto vada bene. Anche per lui è stato complicato gestire le cose". Stesso discorso per chi sta curando suo marito in ospedale. “Non posso che dire grazie per l'attenzione e la cura che ci mettono in questa situazione drammatica con i reparti pieni di malati”, dice, ricordando che gli specialisti che hanno in cura il marito “si stanno facendo in quattro per lui”. 

Coronavirus, la difficile situazione dei parenti dei pazienti positivi che restano a casa

Ma il problema rimane, così come le preoccupazioni. I "percorsi tortuosi" pensati per accompagnare chi vive accanto ai pazienti "non funzionano”, dice Isabella e hanno come effetto quello di "far sentire sole le persone” e le difficoltà iniziano a monte, già quando si tratta di far valutare il paziente che presenta sintomi da Covid-19, come è successo nel caso del marito di Isabella. 

“Mio marito ha cominciato a sentirsi male il 25 marzo, aveva una febbriciattola che non superava 37,5. Doveva rientrare il 3 aprile al lavoro, ma nel fine settimana comincia ad avere la febbre molto alta. Arriva il 112 e gli misurano la saturazione: è a 94 e gli operatori dicono che è una situazione al limite, tenuto conto anche di alcuni problemi di salute che lo mettono più a rischio. C'è indecisione sul da farsi, anche perché mio marito vorrebbe aspettare, provare a restare a casa, non è ancora consapevole della gravità della situazione”. Quando la febbre il giorno dopo supera i 40, Isabella chiama ancora una volta il 112. Tornano gli operatori e stavolta li fanno parlare con un medico al telefono. “Mio marito parla al telefono e sembra reattivo. Io insisto. Il medico lo fa camminare, contare, c'è tutta una procedura ben definita" che permette di farsi un'idea della condizione del paziente al termine della quale il medico decide che il marito di Isabella deve essere portato al pronto soccorso. Mezz'ora dopo la partenza dell'ambulanza, alla porta della famiglia suona anche l'Usca, Unità speciale di continuità assistenziale, allertata 24 ore prima. Quando arriva è troppo tardi, il paziente è già in ospedale. Il marito di Isabella viene ricoverato prima in sub-intensiva e poi in terapia intensiva: sperimenta la mascherina e il casco Cpap, viene sottoposto a vari trattamenti. Ancora oggi è in ospedale, ma è uscito dall'area intensiva. "La mia impressione è che si perda del tempo prezioso tra l'insorgere della malattia e la fase acuta. Forse se non avessi insistito mio marito lo avrebbero dovuto intubare. E' una malattia dai sintomi subdoli".

La denuncia: "Troppa incertezza"

Quanto a lei, gli operatori del 112 le hanno lasciato il numero di un servizio di assistenza, al quale però risponde “l'ennesimo call center con voce registrata” e alla fine del percorso tra numeri da digitare e attese “l'operatore che ripete sempre le stesse cose: si metta in quarantena, sorvegli sintomi e temperatura”. Ma, dice Isabella, “io vorrei sapere come posso sanificare la casa, come mi devo comportare. Se devo andare in farmacia posso uscire o devo affidarmi (come poi ho fatto) ai santi amici?”. Un altro “mistero” è poi la durata della quarantena. “Nessuno sa dirti in maniera univoca da quando devi cominciare a contare i giorni. C'è chi dice dal momento in cui si accerta che il parente è un caso di Covid, c'è chi dice dal giorno del ricovero. C'è un aspetto di finta organizzazione che spiazza. Poteva andar bene a inizio emergenza ma ora dovremmo essere più esperti e avere più risposte. E invece no. È inaccettabile. È inaccettabile che sia solo io a preoccuparmi del potenziale pericolo che rappresento. Se fossi positiva asintomatica?", si chiede Isabella.

Una situazione di incertezza resa ancora più complicata dall’annuncio Regione Lombardia che, con una circolare, ha decretato l'allungamento della quarantena dei casi sospetti fino a 28 giorni. "Che fare a questo punto? Prolungare il nostro isolamento oppure no? Finora mi hanno detto di considerarmi come una potenziale contagiata. Decido di chiamare per chiedere chiarimenti", ricorda Isabella ma quando prende il telefono sono da poco passate le 17 e "ancora una volta ci si trova a parlare con una voce registrata che suggerisce di inviare un'email se non si riesce a contattare il medico di base. Io mi domando come possano fare gli anziani".

Quando il giorno dopo Isabella riesce a parlare con l’operatore Ats, viene a sapere che “i famosi 28 giorni di quarantena non sono ufficiali” e che “loro indicano ai conviventi 14 giorni di quarantena dopo l'ultimo contatto con il paziente Covid. Non sanno riferire nulla sul post tampone del ricoverato. Non verificano chi sei e in che struttura è ricoverato il parente. Non chiedono informazioni sulle nostre condizioni. Consigliano di rivolgersi ai servizi sociali. Di nuovo - conclude - è tutto un rimpallo di competenze inesistenti”. 

Fonte: AdnKronos Salute →
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