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Venerdì, 28 Gennaio 2022

Italianità in svendita: ecco a voi l'outlet dei marchi storici del Belpaese

Solo dal 2008 al 2012 sono stati registrati 437 passaggi di proprietà dall'Italia all'estero: i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani

Pensare italiano attraverso marchi italiani. Quelli con cui, gli italiani, per l’appunto, sono cresciuti. Qualche anno fa la Fiat se ne uscì con una pubblicità importante. Era il 2007 e c’era da lanciare la nuova 500. Così la casa automobilistica di Torino se se ne uscì con uno spot che si faceva guardare e che diceva “Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste che poi vanno a definirci”.

Ci ha definito il cornetto Algida, i baci Perugina, il rombo metallico della Ducati, lo zucchero Eridania, la rabbia della Lamborghini. Roba italiana. Ed è qui che casca l’asino: roba non più italiana. Del tricolore, in questi casi. È rimasta solo la storia. Marchio italiano, proprietà stranierà. E si possono ritenere ‘fotunati’. In altre vicende, per quel che riguarda aziende altrettanto storiche, “vengono acquistate da altre aziende di Paesi stranieri, vengono svuotate dei macchinari e del know-how, e mai riaperte”. Così ricorda il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, che oggi a Roma insieme al segretario della Uil-Pubblica Amministrazione Benedetto Attili presenta il Rapporto “Outlet Italia. Cronaca di un Paese in (s)vendita”.

Un fenomeno che questa mattina ha ricostruito Repubblica:

Solo dal 2008 al 2012 sono stati registrati 437 passaggi di proprietà dall'Italia all'estero: i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani. Però le svendite sono cominciate ben prima, già dagli anni '70 ci sono state le prime acquisizioni. Semmai negli ultimi anni sta cambiando la nazionalità degli acquirenti: prima a fare quello che il rapporto definisce lo "shopping dissennato di brand Made in Italy" erano soprattutto aziende dalla Francia, Stati Uniti, Germania e Regno Unito. In tempi recenti sono arrivati anche imprenditori da Cina, India, Giappone, Corea, Qatar, Turchia e Thailandia.

Il problema non è però tanto da dove arrivino i nuovi padroni. La vera domanda è quella alla quale gli autori del rapporto cercano di rispondere: si tratta di nuove occasioni, o è l'inizio del declino? La produzione italiana si espande in tutto il mondo o si snatura, lasciando solo macerie della qualità e del benessere del passato? L'Italia ha ancora una posizione di tutto rispetto per produzione ed esportazioni. In particolare nel 2011 era al secondo posto quale esportatore mondiale dei prodotti di abbigliamento e pelletteria, al terzo per il settore tessile, l'arredamento e gli elettrodomestici. Secondo l'Ice il valore complessivo delle esportazioni italiane è salito dell'11,1% tra il 2010 e il 2011, attestandosi a 368 miliardi di euro. L'Italia è inoltre all'ottavo posto della classifica mondiale per il Pil e può vantare 1.022 nicchie di eccellenza di prodotto.

Fonte: Repubblica.it →
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