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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Giustizia / Ravenna

Daniela Poggiali, l'infermiera assolta dopo 7 anni da killer: "Così ho resistito per 43 mesi in carcere"

"Ho trovato persone straordinarie che non hanno guardato a quanto si sapeva dell'inchiesta, ma a come ero dentro - dice alla Stampa - Mi hanno conosciuto e hanno capito che non ero la serial-killer dei giornali"

Anni e anni vissuti con l'infamante accusa di essere una "infermiera killer". Daniela Poggiali, 49 anni, ha passato dietro le sbarre tre anni e mezzo degli ultimi sette, da quando partirono le indagini per due morti sospette all'Ospedale Umberto I di Lugo. Una doppia sentenza in Corte d'Assise d'Appello l'ha assolta perché il fatto non sussiste, sia per il decesso della 78 enne Rosa Calderoni l'8 aprile del 2014, sia per quello del 94 enne Massimo Montanari il 12 marzo dello stesso anno. Non aveva ucciso lei i degenti, come si era detto, con iniezione di potassio. 

Negli scorsi giorni è stata scarcerata nella casa del fidanzato nel Ravennate. In primo grado aveva subito condanne pesantissime: ergastolo e trent'anni di carcere. Non è chiaro se l'accusa ricorrerà nuovamente in Cassazione.

Come ha resistito per 43 mesi in carcere? "Ho avuto sostegno dalla mia famiglia, dal mio compagno, dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera, che hanno sempre creduto in me, e anche dalla fede in Dio - dice oggi alla Stampa - Ho trovato persone straordinarie che non hanno guardato a quanto si sapeva dell'inchiesta, ma a come ero dentro. Mi hanno conosciuto e hanno capito che non ero la serial-killer dei giornali, e questo sia le compagne di cella sia il personale".

Le foto di fianco ai corpi dei pazienti avevano fatto il giro dei media all'epoca: "Non sono selfie, ma scatti fatti da un'ex collega che era lì. Non sono mai girate, ma la mia collega le ha mostrate a caposala e primario e da loro sono finite ai carabinieri quando il mio cellulare è stato sequestrato. Le avevo detto di cancellarle, invece le ha tenute".

Ma come le giustifica?

«È stato un momento di leggerezza di cui mi sono pentita e per cui ho chiesto scusa, ma sotto stress puoi fare qualcosa di stupido. Me ne sono presa la responsabilità e sono stata licenziata, ma quelle due foto mi hanno dipinta come serial- killer».

Ritiene che abbiano influito sull'opinione dei giudici e sui processi?

«Fin dalla prima udienza del primo processo, in aula è stata subito mostrata una gigantografia. Di certo, quelle foto hanno pesato molto, altrimenti forse la cosa sarebbe stata gestita diversamente».

Poggiali attende scuse ufficiali e valuterà se chiedere i danni, come sempre insieme ai suoi legali. La sua resterà negli annali come una storia processuale inquietante, per chiunque creda alla giustizia italiana. Prima condannata all’ergastolo, per la morte della donna, poi due assoluzioni in appello e quindi due annullamenti in Cassazione. Per la morte dell’uomo, 30 anni di carcere, poi in appello l’assoluzione. Benché assolta, rischia di restare nell’immaginario di tutti per sempre come l’infermiera killer, fotografata vicino al paziente deceduto con le dita in segno di vittoria.

"E' proprio la discordanza di giudizio tra i vari giudici che sconvolge il cittadino. Sono i 6 processi resisi necessari per arrivare all’assoluzione" scrive sul quotidiano torinese l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace.

Fonte: La Stampa →
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