Giovedì, 23 Settembre 2021

“Io, infermiere, vi racconto l’eutanasia silenziosa nei nostri ospedali”

Infermiere, caposala, cattolico, ogni anno nel suo reparto si spengono le macchine a 30 o 40 malati terminali: "La legge lo vieta ma ce lo chiedono i familiati. Così tra loro e i medici si stringe un patto di buon senso"

La si potrebbe chiamare "eutanasia silenziosa" o almeno così la chiamano sulle pagine di Repubblica. Ma per chi lavora negli ospedali è qualcosa che bisogna affrontare tutti i giorni. Una lunga intervista a Michele (chiamato così da chi scrive) infermiere capocasa a Firenze, cattolico, che confessa le decine di "eutanasie" concesse ai pazienti terminali in accordo con i loro familiari. Nella struttura dove lavora lui, saranno almeno 30/40 ogni anno: "Dal punto di vista normativo siamo obbligati a nutrire e idratare anche un vegetale. In queste condizioni un paziente può andare avanti per mesi, o anni. Il caso Eluana ci diede una lezione: nessun riflettore, silenzio sulla materia con l'esterno. Poi però mi chiedo se è giusto omettere la verità".

Così la storia di Michele entra nei dettagli: racconta l'ultima eutanasia silenziosa, concessa a un uomo di 54 anni. Ma questi gesti di pietà sono altamente rischiosi: "Avessimo lo scudo del testamento biologico, sarebbe tutto più semplice. Capita che un parente ci faccia capire qualcosa e poi cambi idea. Ed è normale, perché subentrano sentimenti e paure, sensi di colpa, la speranza dell'impossibile o del miracolo. Oppure non tutta la famiglia è d'accordo, i genitori ad esempio tendono a non rassegnarsi, generi o nuore invece sono più pragmatici. Ma in tutto questo, tu medico da chi sei tutelato? Ci prendiamo dei rischi enormi". 

Fonte: La Repubblica →
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