Sabato, 25 Settembre 2021

La legge vergogna che difende la Casta: indagare i ministri è impossibile

L'Espresso spiega la norma costituzionale che salva i politici di governo indagati

Uno “scudo legale” protegge il politici più potenti, ossia “i ministri che controllano le casse centrali della spesa pubblica”.

In questi mesi, gli ex ministri Giulio Tremonti e Altero Matteoli sono indagati per corruzione ma la “legge in vigore non impone più rigore e più controlli per chi conta di più, ma il contrario: come parlamentari, non possono essere intercettati, perquisiti e tantomeno arrestati e come ministri, godono di privilegi speciali, tutti per loro, che nella storia italiana hanno quasi sempre salvati i governanti”, scrive l’Espresso.

I condannati per reati ministeriali, ricorda il settimanale, “sono pochissimi” e gli ultimi “risalgono ai tempi di Mani Pulite”, in seguito al quale “decine di accuse sono state azzerate da un veto politico”, ossia la legge costituzionale numero 1 del 16 gennaio 1989, che regola le inchieste sui ministri e che “alcuni giuristi paragonano a un ‘fossile legale’ dei tempi del vecchio codice”, una “normativa tecnicamente incredibile” che “sembra fatta apposta per garantire l’impunità”, come sintetizza uno dei magistrati che ha condotto le nuove inchieste.

Il privilegio più vistoso che questa norma consente riguarda l’autorizzazione a procedere: un ministro può essere processato solo con il permesso della Camera, se è un onorevole, o del Senato e se il Parlamento nega l’autorizzazione si salvano i coimputati, persino eventuali complici mafiosi.

“Una vera assurdità tecnica”, secondo diversi magistrati, è il comma di legge che regola l’avvio dell’inchiesta. Quando una Procura scopre un ipotetico reato ministeriale, non può fare niente: “omessa ogni indagine”, come prescrive l’articolo 6, i pm devono liberarsi del fascicolo “dandone immediata comunicazione” a tutti i sospettati. Per i ministri, a differenza che per i normali cittadini, la legge prevede il preavviso immediato a tutti gli indagabili e l’inchiesta viene poi affidata a tre giudici estratti a sorte tra tutti i magistrati del distretto, anche se non hanno mai fatto indagini, riuniti nel cosiddetto tribunale dei ministri, che ha solo 90 giorni per concludere l’inchiesta (con massimo 60 giorni proroga). Se l’inchiesta viene archiviata, il verdetto è “inoppugnabile”, mentre se invece viene data l’autorizzazione al processo, il Parlamento fu negarla, anche se il reato è provato, “qualora reputi che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato”. 

Fonte: L'Espresso →
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