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Domenica, 28 Novembre 2021

La denuncia di Elisabetta "Licenziata perché ho rifiutato il sesso a tre con il capo e l'amante"

Elisabetta Ferrante, informatica presso una multinazionale di Torino, si sta difendendo su sei fronti legali per far valere i propri diritti di donna e di lavoratrice

La testimonianza raccolta da Tgcom24 è solo la punta di un iceberg. I casi di abusi e mobbing sul posto di lavoro sono innumerevoli, e non sempre vengono denunciati.

Elisabetta Ferrante, informatica presso una multinazionale di Torino, si sta difendendo su sei fronti legali per far valere i propri diritti di donna e di lavoratrice. Il suo capo l'aveva invitata a partecipare a una notte di sesso a tre, lei aveva declinato l'invito e aveva perso il posto di lavoro. Tutto inizia nel 2000 quando su ritrova un nuovo direttore al lavoro. Il capo sin dai primi giorni le riserva attenzioni e avances sfacciate, tanto in pubblico quanto in privato. Durante una trasferta di lavoro in Olanda in cui c'era anche l'amante del capo, a Elisabetta viene proposta una notte di sesso a tre. Lei dice no.

"Avevo 40 anni - dice a TgCom24 - due figli e pensavo di far carriera grazie alle mie capacità, queste proposte non erano proprio nelle mie corde. Rifiutai il sesso e fu la mia rovina. Di ritorno dal viaggio mi sono trovata senza ufficio, con i documenti in un scatolone, una scrivania contro il muro, senza mansioni, senza collaboratori e via via senza i progetti ai quali stavo lavorando".

Il direttore si scusa formalmente con lei, ma Elisabetta viene trasferita: "Sono crollata: ho avuto una prima crisi di panico e mi sono smarrita con l'auto. Non dormivo e non mangiavo più. I medici del lavoro hanno capito subito che si trattava di mobbing aziendale".

A TgCom24 dice:

"Ho deciso di far causa alla mia azienda, ma non è stato facile andare contro un colosso così grande, radicato nella città e capace di sconvolgere l’esistenza personale e familiare. Alla fine sono stati i giudici della Cassazione a darmi ragione e a confermare l'ipotesi di mobbing. La sentenza è arrivata nel 2008, sono stata reintegrata sul posto di lavoro (anche se con una mansione inferiore a quella che ricoprivo un tempo) ma il risarcimento non l'ho ancora visto: i giudici del tribunale incaricato di determinarlo hanno disatteso le linee guida dettate dalla Cassazione e l'incubo non è ancora finito".

Elisabetta ha speso 100 mila euro tra primo e secondo grado di giudizio per la causa. Alle donne che sono nella sua situazione dice: "Reagite, fate sentire la vostra voce, i vostri diritti".

Fonte: TgCom24 →
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