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Sabato, 27 Novembre 2021
Persecuzione / Malesia

Donna trans rischia il carcere per aver indossato il velo: "Insulto all'Islam"

La storia di Nur Sajat, costretta a fuggire dalla natia Malesia per riparare in Australia, perché ricercata dalle autorità islamiche del suo paese che vorrebbero rinchiuderla in un "campo di riabilitazione"

Nur Sajat, imprenditrice malese transgender e personalità molto nota sui social, ha raccontato di essere stata costretta a fuggire in Australia per sottrarsi alla persecuzione messa in atto contro di lei nel suo paese natale per motivi religiosi. Nel 2081 fa Sajat indossò un hijab durante un evento religioso e solo oggi, a distanza di tre anni, le autorità malesi l'hanno accusata di aver "insultato l'Islam" e di aver indossato abiti femminili. Lo scorso gennaio, Sajat ha ricevuto una convocazione da parte delle autorità religiose del Selangor, lo stato dove hanno sede le sue attività economiche, per contestarle le accuse. In quell'occasione, alla quale si è presentata con amici e familiari in veste di testimoni, l'imprenditrice è stata malmenata, immobilizzata e palpeggiata nelle parti intime da almeno tre uomini e costretta a subire la detenzione per una notte in una cella maschile. Nonostante la sua denuncia in merito a quell'episodio, nessuno ha preso provvedimenti. Poco tempo dopo, Sajat è riuscita a fuggire nella vicina Thailandia, abbandonando da un giorno all'altro i suoi cari e le sue attività, ma dopo essere stata coondannata per accesso illegale, rischiava l'estradizione in Malesia. Da qui la decisione di riparare in Australia, dove già molte altre persone transgender malesi hanno trovato accoglienza e protezione grazie alle Nazioni Unite.

"In Australia ho ricevuto rifugio, mi sono libera di poter essere veramente me stessa", ha detto Sajat in un'intervista al New York Times. In Malesia, ha raccontato, si è ritrovata "intrappolata" dalla Sharia: "Il mio stesso essere, la mia stessa esistenza, è stata messa in discussione. Ma sono irremovibile sulla mia identità di donna. Questo è quello che sono".

In Malesia vige un sistema misto: la Sharia per i musulmani (vale a dire la maggioranza della popolazione) e il civil law per i non musulmani. L'omosessualità è proibita però anche per i non musulmani, retaggio dei divieti risalente all'era coloniale britannica. Nel Paese da tempo si assiste a una stretta sui diritti per gay e persone transgender, mentre il primo ministro Ismail Sabri Yaakob ha detto che le persone Lgbt devono essere "guidate e sensibilizzate per farle tornar sulla retta via". In Malesia Sajat rischia di essere rinchiusa in un campo di riabilitazione per persone transgender. A metà di quest'anno, secondo le statistiche del governo, più di 1.700 persone sono state già costrette a frequentare uno di questi "campi spirituali" per contrastare il "sesso innaturale". Il ministro degli affari religiosi Idris Ahmad ha detto che Sajat potrebbe tornare in Malesia se "si dichiarasse colpevole" e "tornasse a un'identità naturale" e che lo scopo delle autorità non è punire quando "istruire". In Australia Nur Sajat si sente protetta ma sa di non poter tornare in Malesia finché saranno in vigore leggi contro le persone gay e transgender.

Fonte: New York Times →
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