Domenica, 19 Settembre 2021

Pensioni, i nati dopo il 1980 dovranno lavorare fino a 73 anni

La generazione 1980 è investita in pieno da tutte le riforme delle pensioni: vale infatti il combinato disposto del calcolo contributivo, introdotto dalla Dini e il forte aumento dei requisiti per la pensione scattato con la riforma Fornero

I nati dopo il 1980 andranno in pensione a 73 anni. Almeno secondo una elaborazione di Stefano Patriarca, consulente economico di Palazzo Chigi, citato da Enrico Marro su Corriere.it. 

La generazione 1980 è investita in pieno da tutte le riforme delle pensioni. Per costoro, il combinato disposto del calcolo contributivo, introdotto dalla Dini per chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 , e il forte aumento dei requisiti per la pensione scattato con la riforma Fornero del 2011, ha aperto una prospettiva carica di preoccupazioni.

Particolarmente colpiti i lavoratori che stanno integralmente nel sistema contributivo, cioè che hanno contributi solo dal primo gennaio 1996 in poi. Il rischio concreto è che il contributivo pieno, la mancanza dei requisiti necessari alla pensione di vecchiaia o al ritiro anticipato, lavori discontinui e pochi contributi facciano salire l’asticella della pensione a 73 anni suonati.

Per chi sta completamente nel contributivo ci sono tre strade per la pensione. La prima, quella normale, serve per l’assegno di vecchiaia. I requisiti sono: almeno 20 anni di contributi; un’età minima che, per chi è nato nel 1980, sarà prevedibilmente di 69 anni e 5 mesi (considerando gli adeguamenti automatici alla speranza di vita); e aver maturato una pensione non inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (oggi 640 euro netti).

Secondo l’economista si potrebbe disegnare “un sistema di flessibilità di uscita anticipata, con un insieme di strumenti di redditi ponte”, da sostenere “con un risparmio collettivo, come la previdenza integrativa, e uno individuale, come l’Ape volontaria”.

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Patriarca ha anche parlato di un “fondo di solidarietà per il sostegno alle basse contribuzioni”, di eliminazioni dei vincoli che legano l’uscita agli importi e di una pensione minima, a partire da 650 euro mensili, per i giovani o meglio chi ricade totalmente nel contributivo (sono inclusi quindi anche i quarantenni). La somma potrebbe essere incrementata, legandola agli anni di lavoro, fino a un tetto di mille euro, con un tasso di sostituzione che si avvicinerebbe al 65%.

Fonte: Corriere.it →
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