Sabato, 24 Luglio 2021

Una vita da precaria: "Contratti rinnovati ogni due mesi e a marzo rischio di restare a casa"

La storia di Giovanna Occhilupo, ricercatrice e delegata Flc Cgil. Il suo contratto, in scadenza a fine febbraio, potrebbe non essere rinnovato perché i soldi sono finiti. E come lei altri ricercatori rischiano di essere messi alla porta

Un momento della protesta dei ricercatori del CNR a Roma, 16 dicembre 2017. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Contratti rinnovati ogni due mesi. Progetti di vita messi in stand by o definitivamente accantonati. E ora, dopo 11 anni da ricercatrice precaria, il rischio – concreto – di essere lasciati a casa. È la storia di Giovanna Occhilupo, 40 anni, laureata in Beni Culturali all’università del Salento e delegata Flc Cgil Lecce: dopo un decennio di precariato il suo progetto di ricerca potrebbe non essere prorogato. E la a stabilizzazione all'interno del Consiglio nazionale delle ricerche, ente in cui ha speso buona parte della sua vita, sembra una chimera. Dire che la sua è una storia come tante non è solo una frase fatta.

"Ho iniziato a lavorare grazie agli assegni di ricerca, durati 6 anni, e da oltre due anni ho firmato un contratto a tempo determinato part-time" racconta Giovanna a Marina Schirinzi di LeccePrima. "Il contratto, dopo il primo anno, è stato rinnovato ogni due mesi. E a marzo rischio di restare a casa perché sono terminati i soldi per la prosecuzione del progetto su cui stavo lavorando. È bene sottolineare, infatti, che il 90 percento dei contratti dei ricercatori precari si poggiano su fondi europei o internazionali e mai su fondi ordinari: il ministero dell'Istruzione finanzia unicamente il funzionamento della macchina amministrativa degli enti di ricerca e delle università italiane".

Il tuo non è un caso isolato, evidentemente

"Alcuni ricercatori li abbiamo già persi per strada e molti colleghi, a scaglioni, rischiano di essere messi alla porta dopo di me. Ci occupiamo di numerose discipline scientifiche e ognuno di noi ha il proprio contratto di riferimento che, come detto, può essere sostenuto solo con fondi esterni. In atto c'è ancora questo processo di stabilizzazione iniziato tre anni fa con l'emanazione della legge Madia che ha permesso di stabilizzare la maggior parte dei precari leccesi del Cnr che avevano maturato i requisiti. Per noi è stata una conquista raggiunta al prezzo di una dura portata avanti, in tutta Italia, dal movimento dei ricercatori precari".

"Il percorso delle stabilizzazioni rischia però di fermarsi" racconta ancora Giovanna. 

"Mancano i fondi che devono essere prorogati dal governo e che non sono stati previsti nelle due ultime leggi finanziarie.All'interno del Cnr, su scala nazionale, contiamo circa mille persone che non si sa che fine faranno. Complessivamente, tra enti di ricerca e università, abbiamo raggiunto le 70mila unità. Nel frattempo si è creata una nuova platea di precari difficile da quantificare perché non tutti i contratti possono essere censiti. Nel giro di 5 anni immagino che il numero di precari ritornerà ai livelli antecedenti la legge Madia".

In questo Paese, fanalino di coda in Europa per gli investimenti nella ricerca, è possibile contare almeno su un forte riconoscimento sociale?

"A mio avviso non abbiamo neppure questa soddisfazione: basti pensare al dibattito degli ultimi tre giorni. Meravigliarsi della scoperta scientifica sul coronavirus, avvenuta in Italia ed opera di tre donne, la dice lunga su quanto sia distorta la realtà dei fatti. Dovrebbe esistere una consapevolezza, consolidata, sull'importanza e sull'impatto della ricerca in ogni aspetto della vita quotidiana. E questa coscienza invece non c'è, sia per colpa dei governanti che non valorizzano il prestigio della ricerca, sia per colpa dei lavoratori stessi che forse non comunicano efficacemente all'esterno".

Fonte: LeccePrima →
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