Mercoledì, 21 Aprile 2021

Una persona su due sente 'le voci': ora lo dice uno studio

Secondo gli esperti udire voci è configurabile come un'abilità psicofisiologica ampiamente presente nella popolazione, e che solo alcune volte può diventare un'esperienza spaventosa

Sentire una voce che ci chiama o ci parla, anche se con noi non c'è nessuno. E pensare di essere pazzi. Il Centro Ediveria di Vienna diretto da Maria Quarato, che da anni si occupa di ricerca e consulenza nell'ambito delle allucinazioni uditive, in convenzione con l'Università degli Studi di Padova e in collaborazione con Alessandro Salvini e Antonio Iudici, ha approfondito le ricerche sul pensiero dialogico. I ricercatori hanno condotto una ricerca chiamata 'Il potere dell'immaginazione' sui processi immaginativi alla base del fenomeno anche nelle persone che non hanno mai chiesto consulenza psicologica/psichiatrica. La ricerca, condotta su 233 persone, rivela che il 47,62% del campione sente le voci.

La psicofisiologia delle allucinazioni, "lì dove non è presente causa organica verificabile con strumenti diagnostici oggettivi, non attiene strettamente ad alcuna forma psicopatologica", sottolineano gli esperti. Le allucinazioni si configurano spesso come risorse messe in campo per tentare di fronteggiare alcune volte situazioni complicate, ricordano gli autori. Ebbene, se a quasi il 50% degli intervistati "è capitato di immaginare una voce o più voci tanto da sentirle poi concretamente", il 59,33% ha aggiunto di riuscire a udire a voce alta e concretamente i suoi pensieri. Mentre il 50,43% ha risposto di "sentire delle voci concretamente e di essere consapevole di averle prodotte attraverso i ricordi, processi immaginativi-evocativi o stati d'animo".

Secondo gli esperti udire voci è configurabile come un'abilità psicofisiologica "ampiamente presente nella popolazione, e che solo alcune volte può diventare un'esperienza spaventosa, tormentante e disadattante per effetto dei bisogni personali del pensatore dialogico, delle teorie non convenzionali che usa per spiegarle, degli errori diagnostici e delle terapie farmacologiche inadeguate".

L'esigenza di indagare il fenomeno nella popolazione normale "è sorta in sede clinica - spiegano i ricercatori in una nota - quando ci siamo accorti che alcune persone che raccontavano di poter udire voci, ci chiedevano solo di valutare la loro salute mentale in funzione di questa loro capacità. Non soffrivano per l'esperienza allucinatoria insomma, essendo consapevoli di produrla in modo intenzionale e sapendola gestire autonomamente, ma perché temevano e dubitavano che questo fosse l'indicatore di una presunta malattia mentale. Un pensiero costruito da un pregiudizio psichiatrico teorico ed operativo che assumevano come proprio".

Se le persone iniziano ad udire voci da adulte e all'improvviso, invece, sarà proprio la difficoltà e il tentativo di dare una spiegazione plausibile a questo evento eccezionale "che confonderà e spaventerà le persone al punto di non riuscire più a gestirle. Quello che capita molto spesso è che l'uditore adulto spaventato e incerto sulla matrice generativa delle proprie voci, chiederà una consulenza e si vedrà attribuire l'etichetta di malato mentale. Pur di sfuggire a questa etichetta, tentando di difendersi dal pregiudizio del clinico, renderà radicale la propria posizione teorica inconsueta sulla propria esperienza allucinatoria, non sentendosi né compreso, né aiutato, ma anzi considerato 'malato di mente", affermano i ricercatori.

Quando le persone si sentono comprese ed accolte, non giudicate, "riescono a condividere l'uso e i dubbi sulle spiegazioni che danno delle loro voci e a modificarle attraverso il dialogo con il clinico, si accorgono che il clinico è esperto di questo tipo di esperienza e non intende etichettarla come psicopatologia". Di tutto questo si parla anche nel libro 'Allucinazioni: sintomi o capacità? Racconti di errori diagnostici, soluzioni, ribellioni e libertà' di Maria Quarato (La Fabbrica dei Segni). "Come clinici, le maggiori difficoltà in consulenza, le incontriamo quando le persone sono già avviate ad una 'carriera' di pazienti psichiatrici, e poi dobbiamo fronteggiare sia gli effetti collaterali degli psicofarmaci che la loro lenta ed adeguata dismissione", concludono i ricercatori.

Fonte: Adnkronos →
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