Domenica, 16 Maggio 2021

Il primario: "Noi di nuovo obbligati a scegliere chi curare"

Pierluigi Viale del Sant’Orsola di Bologna lancia l'allarme: "Dopo un anno le terapie intensive sono piene di malati di Covid e siamo costretti a rimandare gli interventi per i tumori"

Pierluigi Viale, direttore dell’unità di malattie infettive del Sant’Orsola di Bologna, in un'intervista rilasciata oggi a Repubblica lancia un allarme sulle terapie intensive affollate: "Qualche giorno fa, come sempre, ci siamo riuniti di buon mattino con i colleghi dell’ospedale. Un chirurgo si chiedeva: ho un solo posto, che faccio, opero un tumore al pancreas o uno al colon? Ecco, anche questo è il Covid. Ci mette di fronte a scelte che non fanno dormire la notte".

Viale spiega a Elena Dusi che parla da una provincia con mille ricoverati per il virus. Ma le terapie intensive in Italia sono sotto pressione ovunque: sono arrivate a 3.448 ricoveri (61 in più ieri), non molto lontano dal record di quattromila di un anno fa. Nei reparti ordinari sono ricoverate 27.484 persone. Secondo Agenas (Agenzia per i servizi sanitari regionali) l’occupazione delle terapie intensive è al 38%, ben al di sopra della soglia critica del 30%. "Da noi la circolazione è furiosa. Chiunque può essere colpito", dice Viale. "In ospedale abbiamo gente di ogni età". 

Ai colleghi del pronto soccorso arrivano tantissime persone che hanno bisogno di un letto o di cure intensive. Ma saturare troppi posti di terapia intensiva con pazienti Covid vuol dire rallentare tutte le attività chirurgiche e molte attività non chirurgiche.

Viale precisa che le emergenze sono sempre garantite: "chi ha un infarto o un trauma grave arriva in ambulanza a sirene spiegate e viene assistito. Per gli interventi urgenti troviamo aiuto anche dal privato". Ma ci sono gli altri pazienti da assistere, e per loro diventa difficile trovare collocazione. "Mio padre mi diceva che la nostra è una generazione fortunata perché non ha vissuto la guerra. Ora questa è la nostra guerra, e ce la stiamo giocando al meglio delle nostre forze. A farci paura non sono le bombe, ma il timore di non riuscire a garantire il meglio a tutti, che è il principio del nostro sistema sanitario. È fra i migliori al mondo, ha sempre curato ricchi e poveri con le stesse garanzie. E ora trema come in un terremoto. È una cosa difficile da portarsi a letto la sera. Il mio bambino passa le giornate in casa e quando torno chiede: papà ma quando lo sconfiggi questo virus?"

Fonte: La Repubblica →

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