Domenica, 13 Giugno 2021

Teresa e Trifone, spunta la pista dell'invidia: "Una lite per il concorso nella Finanza"

L'articolo del Giorno sul giallo di Pordenone

E' l'unico indagato, ma vuole che sia fatta chiarezza fino in fondo. Giosuè Ruotolo, 26 anni, è indagato per l'omicidio dei fidanzati Trifone Ragone (28 anni) e Teresa Costanza (30). C'è stata un'accelerata nelle indagini sul delitto commesso nel parcheggio del palazzetto dello sport di Pordenone il 17 marzo. Resta da chiarire però il movente dell'omicidio.

Il ventiseienne campano è stato iscritto nel registro degli indagati per poter nominare un perito durante alcuni accertamenti irripetibili sul caricatore della pistola Beretta 7.65 rinvenuta nei giorni scorsi nel laghetto del parco di San Valentino (si tratta della pistola usata per commettere il duplice omicidio). L'uomo era commilitone ed ex coinquilino di Trifone, avendo abitato con lui in un condominio di via Colombo, a Pordenone, insieme ad altri militari originari del sud Italia di stanza alla caserma di Cordenons. Ruotolo si dichiara innocente e si difende: "Io non c'entro ma è giusto che indaghino, così verranno eliminati tutti i dubbi. Troveranno il colpevole. Io e Trifone eravamo amici. Ho portato la bara? Sì, mi sembrava giusto farlo".

Secondo il Giorno per scoprire il movente bisogna scavare in un concorso per il transito nella Guardia di Finanza. E' un'ipotesi che si sta vagliando. Un concorso per il ‘transito’ nella Guardia di Finanza sarebbe stato vissuto come "rabbiosa" sfida tra i due commilitoni.

Chi è Giosué Ruotolo? A Somma Vesuviana lo descrivono come un ragazzo tranquillo, educato e perbene. La mamma di Giosuè è insegnante, il papà impiegato in pensione: lui, appassionato di computer, non ha mai dato grattacapi e intreccia da otto anni una storia d’amore con una bella ragazza sommese, Rosaria, prossima alla laurea in Legge. "Siamo sbalorditi", dicono nel paese che pure ha conosciuto l’orrore di un’altra vicenda, quella di Melania Rea (di Somma) e di Salvatore Parolisi (anche lui militare)

E poi ancora.

Anche sui rapporti con il collega ucciso è netto: "Andavamo d’accordo, ci vedevamo in caserma, uscivamo insieme qualche volta. Ma il nostro non era un rapporto invasivo. Teresa? La conoscevo appena". Infine un giudizio sul duplice delitto: "Un’azione del genere è un’atrocità che un essere umano non può fare". Restano le convinzioni dei pm che puntano sul suo alibi debole. Giò ha riferito ai pm che quella sera era da solo a casa a giocare a Playstation. Ma sembra che la cella del suo telefono sia stata agganciata nei pressi del palasport e del laghetto, dove i sub hanno ripescato arma e caricatore, e sul quale sperano di trovare tracce di dna.

Fonte: Il Giorno →
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