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Sabato, 4 Dicembre 2021

Le condizioni di Unicredit per comprare il Monte dei Paschi di Siena

Mustier chiede una dote in contanti per non bruciare capitale. Il tempo per vendere la banca è poco

Il governo torna alla carica sulla privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena mentre incombe la scadenza del primo dicembre, data entro cui la Banca Centrale Europea ha fissato la ricapitalizzazione di un miliardo dopo la cessione di crediti deteriorati per 8,1 miliardi. Il ministero del Tesoro è attualmente primo azionista dell'istituto di credito con il 68,5% e, scrive oggi Repubblica, è tornato alla carica con Unicredit come ipotetico compratore. Ma la banca di Jean Pierre Mustier ha chiesto, per sedersi al tavolo negoziale, una cornice finanziaria di «assoluta neutralità» circa l’impatto sul capitale di Unicredit:

Secondo tre diverse fonti, ciò si declinerebbe in una contropartita in contanti per assorbire lo sbilancio dovuto all’acquisizione dell’attivo Mps (pari a 141 miliardi nei conti semestrali), oltre che i rischi legali della banca, che ha richieste danni per totali 10 miliardi. Nell’estate 2017 Intesa Sanpaolo ebbe 4,98 miliardi di euro dal Tesoro di allora per accettare di intestarsi buona parte delle attività (ma solo quelle “in bonis”) di Popolare di Vicenza e Veneto banca, oltre ai loro dipendenti. Unicredit ha dato ieri un no comment, ribadendo la linea per cui «non è interessata ad acquisizioni».

Il tempo per vendere la banca senese, ottemperando al contempo alle richieste di Francoforte per consentire l’ennesima pulizia di bilancio da 8 miliardi, è poco. Il Tesoro ha già preparato il Dpcm ad hoc (ancora alla firma di Palazzo Chigi), e nel “decreto Agosto” ha stanziato 1,5 miliardi per una possibile, nuova iniezione di fondi nella banca in difficoltà. Pure, questi soldi potrebbero non bastare a rendere Mps appetibile per potenziali compratori: la coperta è corta. Per un “ristoro” al 10% delle richieste danni - per le banche venete fu il 15% - ci vorrebbe un miliardo, e sull’operazione Hydra (scissione di crediti a favore di Amco) il buco da colmare è di 1,1 miliardi. Di queste somme, in teoria, un 31,5% dovrebbe spettare agli azionisti di minoranza: ma gli investitori istituzionali non sono quasi più nel capitale del Monte, mentre i piccoli risparmiatori locali non è detto che vogliano fare la loro parte.

Ferdinando Giugliano sul quotidiano spiega che il rafforzamento patrimoniale degli istituti di credito italiani — fortemente voluto dalla Banca centrale europea e spesso osteggiato dai politici — ha avuto l’enorme merito di permettere alle banche di reggere piuttosto bene al primo urto della crisi legata alla pandemia.

Tuttavia, se la recessione dovesse continuare o addirittura aggravarsi, c’è un forte rischio che il governo si trovi presto a dover gestire nuove situazioni di difficoltà. Lasciare sanguinare il Monte e disattendere agli impegni presi con le istituzioni europee, in nome di soluzioni tanto velleitarie quanto imprudenti, è il modo peggiore di prepararsi a quell’eventuale momento. È l’ora di decidere, invece di rimandare

Fonte: La Repubblica →
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