Venerdì, 14 Maggio 2021

I vaccini in ritardo per gli anziani e le 780mila dosi ai sanitari non in prima linea

Sulle vaccinazioni agli over 70 siamo in ritardo. Il governo Conte 2 ha deciso di dare priorità assoluta al comparto della sanità, ma secondo il "Corriere della Sera" c'è qualcosa che non torna

Foto di repertorio

Secondo i dati del Ministero della Salute, nel momento in cui scriviamo in Italia sono state somministrate 3,8 milioni di dosi di vaccino, di cui però solo 702.865 sono andate a persone con più di 80 anni. Se per numero di vaccinazioni effettuate il divario tra i Paesi Ue è minimo, ci sono invece differenze sostanziali nell’età delle persone che hanno ricevuto almeno una dose del famaco anti-Covid. E sui vaccini agli anziani l’Italia è partitita in ritardo. Come ha evidenziato giorni fa Matteo Villa dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), fino alla settimana scorsa l’Italia era tra gli ultimi Paesi in Ue per dosi somministrate agli over 80. Per un motivo molto semplice: la strategia del governo Conte 2 è stata quella di dare priorità assoluta al personale sanitario. Una decisione legittima che ha permesso di mettere in sicurezza il comparto della sanità, a scapito però degli anziani che erano e restano i soggetti più a rischio.

Vaccini: come l'Italia ha dimenticato gli anziani

Secondo il bollettino di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità, la letalità del virus è pari al 9,9% nella fascia di età tra i 70 e i 79 anni, del 19,9% tra gli 80 e gli 89 e del 25,8 sopra i 90 anni. Viceversa nella fascia tra i 30 e i 39 anni, la percentuale scende allo 0,1%, mentre sotto i 30 anni il dato tende allo zero.

letalità covid 2-2-2

Eppure le persone vaccinate con almeno una dose sono 537.501 nella fascia di età tra i 30 e i 39 anni e 372.454 in quella tra i 20 e 29 anni, contro le 138.518 somministrazioni tra le persone tra i 70 e i 79 anni. Siamo sicuri che sia stata la scelta giusta? A questo punto va fatta una considerazione.

vaccini età-2

Mettere in sicurezza gli ospedali, non significa salvare solo le vite dei medici e degli infermieri, ma anche quelle dei pazienti che potrebbero contrarre il virus in corsia. Eppure c’è qualcosa che non torna. Come fanno notare oggi sul “Corriere della Sera” Federico Fubini e Simona Ravizza, i lavoratori del comparto sanitario fino a ieri avevano ricevuto 2,25 milioni di dosi, ma secondo l’Istat l’intero personale sanitario italiano pubblico e privato (non solo medici e infermieri, ma anche farmacisti, odontoiatri e ostestriche) sarebbe composto da 725 mila persone. Considerando anche il richiamo per vaccinarli tutti sarebbero dunque bastate 1,4 milioni di dosi.  

Dove sono finite le 780mila dosi che mancano? I due giornalisti del “Corsera” provano a dare una risposta.

“In parte, sembrano andati agli iscritti di un certo numero di ordini professionali collegati più o meno direttamente al mondo sanitario (anche solo ai laboratori di ricerca), o iscritti agli ordini ma in pensione, o a almeno parte dei circa 350 mila addetti amministrativi della sanità pubblica o privata”.

Come dire: fatta la legge si allargano le maglie. Nel piano strategico del Ministero della Salute si parla di 1,4 milioni di lavoratori del comparto sanitario, ma non vengono forniti ulteriori dettagli. "Gli operatori sanitari e sociosanitari ‘in prima linea’ - si legge nel documento - sia pubblici che privati accrediti hanno un rischio più elevato di essere esposti all’infezione da Covid-19 e di trasmetterla ai pazienti suscettibili e vulnerabili in contesti sanitari e sociali". Tutto giusto. Ma siamo sicuri che i vaccini siano stati somministrati solo a chi era in prima linea? Qualche dubbio resta.  

Fonte: Corriere della Sera →
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