Mercoledì, 3 Marzo 2021

Cristiana, l'infermiera che non vuole fare il vaccino: "Non sono una no-vax ma tutelo i miei pazienti evitando i rischi"

Lavora in una Rsa del Torinese e in un'intervista a La Stampa mette insieme una serie di affermazioni curiose sul coronavirus e su Covid-19. Eccole, con una confutazione punto per punto

La Stampa pubblica oggi un'intervista a Cristiana, infermiera professionale che lavora in una Rsa del Torinese, la quale dice che non ha alcuna intenzione di vaccinarsi contro il coronavirus: "Mi disturba l’idea dell’obbligatorietà. Ognuno deve essere libero. Non sono una no vax, ma reputo i vaccini farmaci da usare con cautela. Non faccio mai quello contro l’influenza. E il Covid non è la peste bubbonica. Nella prima fase dell’epidemia si sono commessi molti errori perché non si conosceva la malattia. Ciò ha contribuito a ingigantire le paure della gente. Il tasso di letalità del Covid non è molto diverso da quello di un’influenza". 

Secondo Cristiana tutti quelli che lei stessa ha visto morire per Covid-19 "erano fragili, affetti da patologie pregresse. Il virus è stata una concausa. Non sono morti di Covid, ma col Covid" e "Come infermiera cerco di alzare il livello di prevenzione: evito le situazioni di rischio. Il rispetto scrupoloso delle norme di comportamento è più efficace di ogni vaccino: dispositivi di protezione, igiene e controllo dei colleghi". E se il suo datore dovesse obbligarla "mi dovranno legare per farmi la puntura. Esagerazioni a parte, il vaccino non dà completa sicurezza di immunità. Gli effetti collaterali a medio e lungo termine non si conoscono".

Per fortuna, il quotidiano pubblica anche una confutazione delle affermazioni dell'infermiera, a firma di Gabriele Beccaria: 

  1. Il tasso di mortalità del Covid è triplo di quello dell’influenza.
  2. Di Covid si muore: gli effetti su polmoni e cuore possono essere devastanti.
  3. La prevenzione è sempre necessaria, ma non ha mai cancellato alcuna malattia.
  4. Gli effetti collaterali del vaccino sono noti e lievi e vanno dal prurito alla febbre. Quelli di lungo termine non ancora, ma nessuno si sta iniettando un veleno. I benefici su scala mondiale superano ampiamente i rischi.

In più, andrebbe ricordato che ci sono delle ragioni precise se si è arrivati al vaccino in così breve tempo. In primo luogo, la tecnologia si evolve e "questo ovviamente ha velocizzato anche la realizzazione dei vaccini a RNA, che sono molecole facilissime da produrre in grandissima quantità". In secondo luogo "non siamo partiti da zero". "Questo virus era molto simile al virus della SARS, si è quindi potuto sfruttare il lavoro che era stato iniziato per un vaccino per la SARS che per fortuna non è mai servito. Il giorno che è stato pubblicato il genoma, il 10 gennaio, sapevamo già dove andare a parare, ovvero sulla proteina Spike". Infine, bisogna considerare che "i tempi di sperimentazione dei trial sono inversamente proporzionali ai tempi di diffusione dei virus". E dunque è fisiologico che nel bel mezzo di una pandemia i tempi si accorcino. Ma questo non ditelo a Heather Parisi, per carità.

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Fonte: La Stampa →
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