Domenica, 28 Febbraio 2021
Città del Vaticano

Il Vaticano licenzierà i dipendenti che non vogliono vaccinarsi e i no-vax

La Santa Sede prevede per chi si rifiuta "conseguenze di diverso grado che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro"  

Il Vaticano licenzierà i dipendenti dello Stato che non intendono vaccinarsi contro il coronavirus Sars-CoV-2 e Covid-19. La vaccinazione è volontaria ma un decreto del Presidente della Pontificia Commissione dello Stato della Città del Vaticano, cardinale. Giuseppe Bertello, prevede per i dipendenti che non fanno il vaccino (che il Vaticano ha messo a disposizione) fino al demansionamento per chi non può farlo per ragioni di salute, con il mantenimento dello stipendio. Per chi si rifiuta, spiega oggi Il Messaggero, "senza comprovate ragioni di salute" ci sono "conseguenze di diverso grado che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro". Il decreto è su Vaticanstate. La vaccinazione contro il Covid è su base volontaria in Vaticano ma la Santa Sede prevede per chi si rifiuta, "conseguenze di diverso grado che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro". 

Il Governatorato della Città del Vaticano, in una nota, spiega che la linea dura adottata nei confronti dei dipendenti del Vaticano che rifiutano di vaccinarsi non vuole essere una "forma repressiva nei confronti del lavoratore" né una disposizione "punitiva", intende invece rispondere alla primaria esigenza di salute collettiva. Nel dettaglio, il card. Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato, spiega che "il decreto del Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano dell'8 febbraio 2021 in materia di emergenza sanitaria è stato emanato per dare una risposta normativa urgente alla primaria esigenza di salvaguardare e garantire la salute ed il benessere della comunità di lavoro, dei cittadini e dei residenti nello Stato della Città del Vaticano". "Il presupposto, quindi, - spiega - è quello della tutela individuale del lavoratore e quella collettiva dell'ambiente lavorativo in caso di un evento che possa configurarsi come emergenza sanitaria pubblica. In particolare, la disposizione riguarda tutte le misure idonee dirette a prevenire, controllare e contrastare situazioni eccezionali di emergenza sanitaria pubblica e vengono diffusamente indicati tutti gli strumenti per una adeguata e proporzionale risposta al rischio sanitario".

Tra queste misure, "su indicazione dell'Autorità sanitaria dello Stato, - spiega il Governatorato -può essere ritenuto necessario il ricorso alla vaccinazione per determinati contesti: in attività lavorative inerenti il pubblico servizio, i rapporti con terzi o rischiose per la sicurezza della comunità di lavoro. L'adesione volontaria ad un programma di vaccinazione deve, quindi, tener conto del rischio che un eventuale rifiuto dell'interessato possa costituire un rischio per se, per gli altri e per l'ambiente lavorativo. Per tale motivo la salvaguardia della comunità può prevedere, per colui che rifiuti la vaccinazione in assenza di motivi sanitari, l'adozione di misure che da una parte minimizzino il pericolo in questione e dall'altra consentano di trovare comunque soluzioni alternative per lo svolgimento del lavoro da parte dell'interessato". Il Governatorato fa presente ancora che "il richiamo alle preesistenti Norme per la tutela della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali da osservarsi negli accertamenti sanitari in vista dell'assunzione del personale e durante il rapporto di lavoro e Norme a tutela dei dipendenti affetti da particolari gravi patologie o in particolari condizioni psicofisiche del 18 novembre 2011 deve quindi ritenersi come uno strumento che in nessun caso ha natura sanzionatoria o punitiva, piuttosto destinato a consentire una risposta flessibile e proporzionata al bilanciamento tra la tutela sanitaria della collettività e la libertà di scelta individuale senza porre in essere alcuna forma repressiva nei confronti del lavoratore". 

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Fonte: Il Messaggero →
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