Lunedì, 26 Luglio 2021

Bossetti, l'ultima carta della difesa: "A gennaio il corpo di Yara non era a Chignolo d'Isola"

Una fotografia satellitare scattata il 24 gennaio 2011 dimostrerebbe che il corpo della vittima è stato portato solo in un secondo momento nel campo dove è stato ritrovato

Massimo Bossetti

Una fotografia satellitare scattata sul campo di Chignolo d’Isola il 24 gennaio 2011, prima la scoperta del cadavere di Yara Gambirasio. Eccolo l’asso nella manica che i difensori di Massimo Giuseppe Bossetti si apprestano a calare nel processo d’appello che prenderà il via domani mattina a Brescia. Un elemento nuovo, come anticipato oggi da “Il Fatto Quotidiano”, contenuto nei motivi aggiuntivi d’appello depositati nelle scorse settimane dal pool di avvocati che difende il carpentiere di Mapello.

L’analisi di quell’immagine, spiega l’avvocato Claudio Salvagni, dimostra che “a fine gennaio il cadavere di Yara non era nel campo”.

Dimostrare che il corpo della vittima non è rimasto per tre mesi a Chignolo d’Isola, così come sostenuto dall’accusa, ma che vi è stato portato in un momento successivo al 24 gennaio è un elemento che, nella speranza della difesa, potrebbe rivelarsi decisivo per scagionare il carpentiere di Mapello.

“C’è in ballo la sua vita”, sottolinea l’avvocato Salvagni che nei giorni scorsi è andato a far visita a Bossetti in carcere e lo ha trovato “concentrato e teso”, ma anche “fiducioso che possa ottenere giustizia”. Il fulcro del processo resta però il dna. Una prova definita “granitica” dalla Corte d’Assise di Bergamo che un anno fa, il 1 luglio 2016, condannò all’ergastolo il 47enne, sposato con Marita Comi e padre di tre figli.

Secondo i giudici del processo di primo grado, fu lui a rapire la tredicenne Yara fuori dalla Polisportiva di Brembate Sopra, a seviziarla “con crudeltà” con un coltello ed abbandoarla ormai incosciente nel campo di Chignolo d’Isola lasciandola morire tra le ferite e il freddo di quella gelida sera del 26 novembre 2010. A incastrarlo, sempre secondo quanto decretato dalla sentenza di primo grado, è il suo dna che corrisponde a quello dell’assassino, prelevato dagli slip e dai leggins della tredicenne e ribattezzato dagli investigatori “Ignoto 1”.

Fonte: Il Fatto Quotidano →
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