Domenica, 19 Settembre 2021
La scoperta

Scoperti gli "autoanticorpi" che aggravano la malattia da Covid-19

Una ricerca italoamericana che potrebbe avere delle immediate ripercussioni in ambito diagnostico e terapeutico

Sono stati definiti "autoanticorpi" e sarebbero uno dei meccanismi fondamentali alla base dei casi più gravi di malattia da Covid-19. Lo hanno scoperto tre grandi istituti di ricerca, il National Institute of Health (NIH) di Washington, la Rockefeller University di New York e l'Università di Parigi, ma anche l'Italia ha preso parte con l'Università di Brescia, quella di Milano-Bicocca, IRCCS Ospedale San Raffaele, e la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. Tutto è cominciato ancora nel marzo 2020, durante i primi mesi della pandemia quando si cercavano disperatamente le prime "armi" da usare contro un nemico che aveva colto alla sprovvista tutto il mondo: è allora che prende forma e corpo il gruppo di scienziati (italiani e americani) il cui unico obiettivo era quello di studiare le cause dell'estrema variabilità della malattia da Sars-Cov2.

Gli ultimi risultati di questo gruppo internazionale sono stati riassunti in due lavori scientifici pubblicati sulla rivista Science Immunology. La ricerca ha permesso di analizzare campioni di oltre 40 mila soggetti provenienti da tutti e 7 i continenti, portando ad identificare un particolare gruppo di anticorpi, definiti “autoanticorpi”, che determinano un decorso più severo di COVID-19. Questi autoanticorpi neutralizzano gli interferoni di tipo I, che sono tra le molecole più importanti della risposta immunitaria, compresa quella che viene indotta dall’infezione da SARS-CoV-2. Nella popolazione generale, la prevalenza di autoanticorpi anti-interferoni di tipo I nel sangue raddoppia dopo i 65 anni e circa il 20% di tutti i casi fatali di Covid-19 sono associati alla presenza di questi autoanticorpi neutralizzanti.

Questa scoperta potrebbe avere delle immediate ripercussioni in ambito diagnostico e terapeutico. Il riconoscimento precoce di questi autoanticorpi soprattutto nella popolazione degli anziani e nei soggetti che presentano già mutazioni che alterano il normale funzionamento del sistema immunitario potrebbe permettere nel prossimo futuro l’identificazione dei pazienti più a rischio e aprire le porte a nuovi approcci terapeutici basati sull’utilizzo di anticorpi monoclonali.

In caso di infezione, sono i soggetti con autoanticorpi anti-interferoni di tipo I che dovrebbero essere prontamente ricoverati per assicurare una precoce gestione della clinica associata al COVID-19 e sono sempre i soggetti con autoanticorpi che dovrebbero avere la più alta priorità nella vaccinazione. Un’altra importante ripercussione si avrebbe nella donazione di sangue e plasma di soggetti guariti dal Covid-19, perché tutti gli emocomponenti in cui si rileva la presenza di autoanticorpi dovrebbero essere esclusi dalla donazione.

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