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Giovedì, 18 Aprile 2024
Salute che cambia

Le malattie dimenticate che potrebbero tornare a colpire anche l'Italia

Tubercolosi, malaria, colera, sembrano un ricordo lontano. Eppure sono malattie che causano ancora milioni di morti in tutto il mondo, e che potrebbero tornare a colpire anche nel nostro Paese

Tra pochi mesi saranno passati quattro anni dallo scoppio della pandemia di Covid 19. Un evento che ha ridefinito le nostre vite, e ci ha ricordato di un nemico che in molti avevamo ormai dimenticato: le malattie infettive. Non che ce ne fosse realmente bisogno: anche se in occidente fanno più paura cancro, ictus e malattie della terza età, nel mondo virus e batteri hanno sempre continuato a rappresentare una delle principali cause di morte, con i tre big killer, tubercolosi, Aids e malaria, che uccidono milioni di persone ogni anno, soprattutto (ma non solo) nei paesi in via di sviluppo. E si tratta di malattie che possono facilmente tornare a farsi sentire anche in Italia, con la globalizzazione e i cambiamenti climatici che offrono l’occasione perfetta ai microbi per tornare a diffondersi e piantare radici. 

Malattie di ritorno

La lotta contro le malattie infettive è sicuramente uno dei campi in cui la medicina occidentale ha fatto i maggiori passi in avanti nell’ultimo secolo. Sanatori, febbri malariche e colera sono argomenti di cui oggi leggiamo nei romanzi e nei libri di scuola, ma in altre parti del mondo si tratta di problemi fin troppo attuali. E visto che i confini difficilmente fermano gli uomini, e certamente non lo fanno con i patogeni, è impossibile escludere che questi, ed altri, microorganismi possano tornare a farsi endemici (o a provocare focolai ed epidemie) anche in Italia. 

“Sono tre i fattori principali che possono determinare la riemersione di malattie ormai scomparse”, spiega Massimo Andreoni, Direttore Scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit). “La globalizzazione che muove merci e persone, che portano con loro virus e batteri; i cambiamenti climatici, che possono rendere adatto il nostro territorio ai microorganismi e ai loro vettori, come le zanzare, che da noi non erano presenti o lo sono stati in epoche passate; e l’esitanza vaccinale, che può determinare in una fascia crescente della popolazione la mancanza di difese verso malattie che abbiamo sconfitto con i vaccini”. 

Qualche esempio

Nel primo caso, pensiamo a una malattia come la tubercolosi. In Italia oggi si segnalano circa 4mila casi ogni anno, una situazione che classifica il nostro paese come “a bassa endemia”. Se ne sente parlare poco (e sicuramente i numeri dovrebbero rendere il tema più sentito) è anche perché in situazioni normali si tratta di una malattia facilmente curabile nei nostri ospedali (ma comunque impegnativa per i pazienti). Negli ultimi decenni però si sono sviluppati ceppi di micobatteri tubercolari resistenti alla maggior parte dei farmaci utilizzati tradizionalmente, che risultano molto più letali e difficili da curare, anche nei migliori ospedali del mondo. I casi sono concentrati principalmente in tre paesi: India, Russia e Pakistan, che da soli rappresentano il 42% delle nuove diagnosi. In Italia fortunatamente sono forme ancora relativamente rare (circa il 3% dei nuovi casi), ma è chiaro che lo spostamento di persone da paesi in cui i batteri resistenti sono molto diffusi aumenta le probabilità che si facciano strada anche nel nostro paese. 

Sul fronte del clima, un buon esempio è quello della malaria. A fine ‘800 uccideva decine di migliaia di persone ogni anno nel nostro paese, mentre oggi i casi di contagio sono sporadici e quasi sempre di importazione (turisti che tornano da paesi in cui la malattia è endemica). Eppure le zanzare esistono ancora, e anzi si stanno facendo più abbondanti che mai anche in zone in cui tradizionalmente non rappresentavano un problema. “Le zanzare anopheles nostrane sono potenzialmente in grado di trasmettere la malaria, anche se in seguito all’eradicazione della malattia sembrano diventate meno brave a trasmettere il plasmodio che la causa”, spiega Andreoni. “Quindi per vedere un ritorno di questa malattia in Italia dovremmo avere da un lato un arrivo massiccio di persone infette, che rappresentano il bacino da cui le zanzare possono contrarre il parassita e diffonderlo all’uomo, e dall’altro di cambiamenti climatici che favoriscano la diffusione delle specie di zanzara più capaci di trasmetterlo. Se in futuro accadessero entrambe le cose, la malattia potrebbe facilmente tornare a rappresentare un problema anche nel nostro paese”. 

I vaccini

Un discorso ancora diverso è quello delle malattie prevenibili con i vaccini. Malattie come il morbillo o la rosolia possono essere prevenute con elevata efficacia dalle vaccinazioni, tanto che di recente la seconda è stata dichiarata non più endemica nel nostro paese dall’Oms, diventando la terza malattia eliminata dall’Italia dopo il vaiolo e la poliomielite. A differenza del vaiolo, che è stato eradicato dal pianeta e sopravvive ormai solo in una manciata di laboratori, rosolia e poliomielite rimangono però malattie vive e pronte a colpire, al primo calo delle coperture vaccinali. Si è visto con il morbillo nel 2017, quando le coperture in calo hanno riattivato l’epidemia in Italia, provocando quasi cinquemila contagi (negli anni precedenti non superavano gli 800) e quattro decessi (ricordiamoci che questa malattia ha una mortalità pari a circa lo 0,1%, e quindi sopra i mille casi è probabile che si inizino a vedere i morti). 

“È il caso di dire che la globalizzazione e la tropicalizzazione del clima sono due fenomeni contro cui possiamo fare poco, se non puntare sui sistemi di monitoraggio e allerta precoce, che in Italia sicuramente per molte malattie, specie quelle emergenti come la Dengue, potrebbero essere fatti meglio”, conclude Andreoni. “Per le malattie che abbiamo sconfitto con i vaccini, invece, è veramente un peccato pensare di veder tornare a salire i contagi e assistere a nuovi decessi, perché le armi con cui combatterle le abbiamo a disposizione, e basterebbe fidarsi delle raccomandazioni del ministero della salute”. 

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