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Mercoledì, 24 Aprile 2024
Nomofobia

Così Luca a 14 anni non riesce più a staccarsi dal cellulare

Il "collo da sms" è la prima manifestazione fisica, poi sopraggiungono i problemi mentali: la dipendenza dallo smartphone è una malattia e crea delle vere crisi di astinenza simili a quelle da stupefacenti. Psicologi e terapisti ci insegnano a riconoscere i sintomi. Ma togliere il cellulare ai propri figli oppure imporre regole troppo severe non serve

Naso incollato al display del cellulare, pochissimi amici e nessuna voglia di uscire. Quando la mamma lo chiama non risponde, non vuole essere disturbato mentre si trova nel suo mondo digitale. Passa i pomeriggi - a volte anche le notti - a scorrere feed, a giocare online, a chattare con amici virtuali che sembrano offrirgli quella comprensione e accettazione che fatica a trovare altrove.

Luca, 14 anni, non si accorge che sta lentamente perdendo contatto con il mondo esterno e che sta trasformando il suo smartphone in un rifugio emotivo. Da un po' di tempo non è più lo stesso, è nervoso, agitato, il suo umore cambia improvvisamente senza una motivazione apparente. Luca purtroppo ha una dipendenza che si chiama nomofobia. Come lui anche Maria: una bambina di 9 anni che passa 6 ore al giorno sul cellulare e non vuole più andare a scuola.

L'uso in età precoce di dispositivi digitali è sempre sconsigliato mentre per adulti e ragazzi gli esperti suggeriscono un massimo di 2-3 ore al giorno. Le statistiche dicono però che gli adolescenti utilizzano lo smartphone in media 6 ore al giorno, mentre uno su quattro supera le 8 ore (nella foto sotto, resoconto settimanale di utilizzo di uno smartphone di un ragazzo di 14 anni). Quando possiamo parlare di dipendenza da cellulare? Stabilire dei limiti orari può servire?

Ore giornaliere di utilizzo di uno smarphone di un ragazzo di 14 anni Foto Today

La storia di Luca

La storia di Luca inizia in un momento di vita particolarmente delicato, dove le pressioni scolastiche, i cambiamenti familiari e le sfide sociali hanno iniziato a pesare sulle sue spalle con un'intensità soffocante, racconta a Today.it lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, presidente dell'Associazione nazionale dipendenze tecnologiche (Di.te.). Come molti ragazzi della sua età, 14 anni, ha trovato nello smartphone molto più di un semplice dispositivo elettronico. Il suo cellulare è diventato una finestra su un mondo dove poteva sentirsi accolto, capito e, in qualche modo protetto dalle tempeste emotive che caratterizzano l'adolescenza. Ma dietro quella facciata di connessione, si nasconde una realtà ben più complessa: sta lentamente ritirandosi in sé stesso.

I suoi voti a scuola hanno iniziato a peggiorare, ha smesso di parlare con la famiglia, non mostra più interesse per quelle attività che un tempo lo appassionavano, non ha voglia di uscire, cambia umore continuamente. I suoi genitori preoccupati hanno chiesto aiuto all'Associazione. Luca ha rivisto la luce solo dopo un lungo percorso psicologico, quando "ha iniziato a comprendere la propria dipendenza tecnologica non come un difetto personale, ma come la manifestazione di bisogni emotivi più profondi: il bisogno di essere ascoltato, di sentirsi sicuro, di costruire relazioni autentiche" ci spiega lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia.

Nomofobia, la dipendenza da smartphone è una malattia

La nomofobia o nomophobia, espressione inglese che sta per "no mobile phobia", paura di rimanere senza cellulare, è in aumento soprattutto tra i minori. Il pediatra e deputato pentastellato dell'Assemblea regionale siciliana Carlo Gilistro, ha lanciato una proposta di legge per vietare l'uso dello smartphone sotto i 3 anni e limitarne l'uso in base all'età per evitare una escalation di disturbi mentali che colpiscono nella fascia di età dai 5 ai 18 anni.

"Maria, 9 anni giocava per 6 ore al giorno con il cellulare, poi ha avuto una crisi isterica e abbiamo dovuto sedarla. Dobbiamo agire prima che sia troppo tardi" spiega il deputato M5s Carlo Gilistro.

Tac e risonanze magnetiche hanno dimostrato che il cellulare può creare dipendenza proprio come gli stupefacenti. Il non poter essere collegati su social, chat e servizi digitali crea nei soggetti dipendenti un forte stress emotivo. Quando l'interruzione si protrae per più tempo si arriva a una vera crisi di astinenza, anche se non c’è l'assunzione di una sostanza ma solo la fruizione di contenuti digitali. Si tratta di una dipendenza psicologica. Il benessere che si prova quando si è davanti al display si tramuta improvvisamente in forti mal di testa, tremori, mal di stomaco, vomito, tachicardia, offuscamento mentale, agitazione, nervosismo. In casi più rari si verificano crisi isteriche e attacchi di panico. Poi ci sono i danni a lungo termine, come ansia e depressione, ma anche ritardi nello sviluppo del linguaggio per i più piccoli e isolamento dai rapporti sociali per i più grandi, comportamenti che danno vita al fenomeno degli hikikomori.

Genitori che scambiano il cellulare per una baby-sitter

In tutto questo che ruolo hanno i genitori? Quando i figli sono piccoli utilizzano il cellulare come una baby-sitter, quando sono un po' più grandi installano app di parental control per bloccargli lo smartphone se esagerano. Agli adolescenti invece provano a imporre limiti orari o punizioni severe. "Il 17 per cento dei bambini tra i 3-4 anni naviga già nell'universo digitale con smartphone e tablet di proprietà della famiglia e il 45 per cento di essi viene introdotto a questa tecnologia come forma primaria di intrattenimento. Questi numeri non sono semplici statistiche; riflettono una trasformazione culturale profonda nella quale la tecnologia digitale diventa protagonista già nelle prime fasi dello sviluppo", ci spiega lo psicoterapeuta Lavenia.

Alcuni genitori mollano smartphone o tablet ai figli per farli stare buoni. Succede ovunque: al ristorante, nelle sale d’attesa, sui mezzi di trasporto. Anche a casa, durante i pasti, nel pomeriggio, la sera prima di andare a dormire, per una fiaba o una ninna nanna che prima erano loro a raccontare o a cantare. Di fatto ignorano gli appelli lanciati da pediatri e psicologi che sconsigliano l'uso precoce di dispositivi tecnologici per preservare la salute psico-fisica dei propri figli. Ai problemi comportamentali e mentali di cui abbiamo parlato sopra, infatti, si aggiungono quelli della vista e ortopedici. Come ad esempio il "texting neck", il cosiddetto "collo da sms", perché continuare a guardare lo schermo tenendo la fronte verso il basso è come avere un bambino di 7 chilogrammi sul collo (nella foto sotto, un bambino molto piccolo che gioca con il cellulare).

Bambino cellulare Foto di Karolina Grabowska Pexels

Stiamo parlando di genitori poco attenti e informati, ma "la questione 'colpa' è un vicolo cieco che non offre soluzioni, ma solo ulteriore frustrazione. Invece, dovremmo parlare di responsabilità condivisa e di costruzione di un dialogo aperto e sincero all'interno della famiglia" chiosa Lavenia. 

I limiti orari

La soluzione al problema della dipendenza da cellulare sta soprattutto nell’ascolto e nel confronto perché "spesso dietro a un uso eccessivo dello smartphone si nascondono richieste d'aiuto inespresse, bisogni emotivi non soddisfatti, e un tentativo di gestire autonomamente il proprio malessere", spiega lo psicoterapeuta. Stabilire limiti all'utilizzo dello smartphone invece andrebbe visto come "un atto di cura, non una punizione. Questi limiti, naturalmente, devono essere flessibili e adattati all'età e alle esigenze individuali, ma sempre inseriti in un discorso più ampio sul significato che vogliamo che la tecnologia abbia nelle nostre vite e in quelle dei nostri figli".

Quando ci si accorge che un figlio è a rischio dipendenza prima di tutto bisogna cercare di "instaurare un dialogo che non giudica ma esplora", per comprendere le ragioni sottostanti a questo comportamento. Poi bisogna "proporre alternative, spazi di condivisione e attività che possano riempire quel vuoto emotivo a cui il dispositivo sembra rispondere". In alcuni casi invece è necessario il supporto di uno specialista, "per costruire insieme alla famiglia e al giovane strategie di gestione delle emozioni più sane e sostenibili nel tempo".

Cellulare, quando diventa una dipendenza

Non è facile identificare il confine tra un uso sano e una dipendenza da smartphone. "Non c‘è un limite orario che fa da spartiacque", spiega a Today.it Laura Verbena, psicologa e responsabile Siipac, centro specializzato nella riabilitazione di persone con problemi di dipendenze. "Sicuramente è un dato da prendere in considerazione quando si fa una diagnosi, ma bisogna considerare anche altri indicatori: se non si riesce a fare a meno dello smartphone; se si ha sempre più voglia di utilizzarlo; perché ci si passa tutto quel tempo. A volte ad esempio lo si fa per distrarsi dai problemi in casa, a scuola o con gli amici, per fuggire o alienarsi dalla realtà". Secondo la psicologa togliere il cellulare ai propri figli oppure imporre regole troppo severe non serve, "perché c’è un motivo dietro questi comportamenti. In ogni caso i ragazzi trovano sempre un modo per aggirare i divieti. Ad esempio ci sono adolescenti che sono scappati più volte di casa".

Dello stesso parere lo psicoterapeuta Lavenia, convinto che si debba andare oltre la semplice limitazione dell'uso dello smartphone. "Una legge può offrire un quadro di riferimento utile, ma la vera sfida è educare e sensibilizzare sia i giovani sia i loro genitori sull'uso consapevole della tecnologia. È essenziale un lavoro di squadra che coinvolga istituzioni, scuole, famiglie e il tessuto sociale più ampio per creare un ambiente che promuova un equilibrio tra vita digitale e vita reale, facendo leva sulla formazione, sull'informazione e sul supporto piuttosto che sulla restrizione".

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