Sabato, 15 Maggio 2021

Il plasma iperimmune (per adesso) è un atto di fede

Da uno studio su 464 pazienti malati di Covid-19 non emergono reali benefici

Il plasma è un'arma efficace contro il coronavirus? Al momento la scienza non lo può proprio affermare. Tutt'altro. Da uno studio non ancora revisionato da una rivista accademica su 464 pazienti malati di Covid-19 e curati con il plasma iperimmune non emergono reali benefici. Lo si legge nero su bianco in un lavoro pubblicato da un gruppo di ricercatori indiani (lo studio integrale è disponibile a questo indirizzo)  Si tratta di uno studio randomizzato, ovvero nel quale i pazienti sono assegnati in modo casuale per ricevere un intervento clinico. Uno di questi interventi sarà lo standard di paragone o di controllo. 

La sperimentazione è stata condotta in vari ospedali, tutti in India. Si rimane in attesa prove più ampie, come quelle che dovrebbero arrivare a breve dallo studio RECOVERY (Randomised Evaluation of COVid-19 thERapY) dell'Università di Oxford. "Ma sarei molto sorpreso di vedere un impatto più che modesto sulla sopravvivenza - spiega in un post su Twitter lo scienziati Eric Topol -  dato che gli anticorpi eterogenei nel plasma convalescente, la maggior parte dei quali non sono neutralizzanti, non hanno alcun effetto sul virus".

L'uso del plasma iperimmune come modalità di trattamento per il Covid-19 ha ricevuto l'autorizzazione per l'uso off-label in India. Questa autorizzazione è stata accompagnata da pratiche discutibili come le richieste di donatori sui social media e la vendita di sacche di plasma sul mercato nero a prezzi esorbitanti. Sì, è una modalità terapeutica sicura, ma i ricercatori sottolineano anche che plasmaferesi, conservazione del plasma e misurazioni varie nel corso del processo sono tutte operaziooni ad alta intensità di risorse, con un numero limitato di istituti nel paese che hanno la capacità di intraprendere queste attività con un livelloi di qualità certificato. Senza contare tutto il lavoro di ricerca e di identificazione di quei donatori più idonei (non tutti lo sono, solo coloro che hanno sviluppato un certo tipo di anticorpi).

Plasma iperimmune per curare i malati Covid-19

Ovviamente ciò non significa che tutto finisca qua, anzi. Vale la pena tentare di capirne di più, anche se la strada è ancora molto lunga. Riporre speranze nel plasma dei guariti nella cura del Covid-19 è ancora una scelta da rispettare. Un nuovo progetto in tal senso sarà finanziato grazie al programma di ricerca europeo Horizon 2020, durerà 24 mesi e vedrà la partecipazione di 12 partner di 9 paesi. La Commissione Europea a luglio ha infatti approvato un progetto, presentato da un consorzio di servizi trasfusionali e autorità competenti in materia, per valutare se il plasma da persone guarite dal Covid-19 (Ccp) può essere una terapia efficace contro il virus. L'obiettivo principale di SUPPORT-E (SUPPORTing high quality evaluation of COVID-19 convalescent Plasma throughout Europe) è di garantire una valutazione, basata sulle evidenze scientifiche, del plasma da convalescente COVID-19 e di raggiungere una armonizzazione fra tutti gli Stati Membri sull'utilizzo clinico più appropriato, anche attraverso l'uso del database europeo sul Ccp di recente costruzione.

Per adesso il Grant Agreement, il documento ufficiale che dà il via al progetto, è in fase di preparazione, con il coordinamento dell'EBA (European Blood Alliance), l'associazione che riunisce i centri sangue dei paesi dell'Unione Europea e dell'Associazione Europea per il Libero Scambio, che conta 26 membri che complessivamente gestiscono una media di 17 milioni di donazioni all'anno. Al termine del progetto il consorzio produrrà delle raccomandazioni che saranno applicabili in tutta Europa nell'epidemia attuale e in eventuali epidemie future.

Per l'Italia sono impegnati il Centro Nazionale Sangue a cui è stato affidato il Work Package della comunicazione, la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia e l'Azienda Socio Sanitaria Territoriale (ASST) di Mantova, ma fino a questo momento non c'è stato un approccio coordinato per armonizzare i protocolli, produrre linee guida basate sulle evidenze scientifiche, standardizzare i test per il plasma e validare gli esiti della terapia. Serve una valutazione clinica di alta qualità degli studi in corso.

Percorrere tutte le piste è doveroso in una fase durante la quale non ci sono ancora trattamenti validati anti-Covid (se al timone ci sono scienziati e ricercatori di prestigiose università ancora di più). Per un approccio più armonico al tema e volto alla ricerca di solide evidenze scientifiche, c'è bisogno di tempo. La scienza lo pretende. A differenza di altre soluzioni, il chiaro vantaggio del plasma dei convalescenti va ricercato nella sua immediata reperibilità, mentre farmaci e vaccini richiedono lunghe fasi di test prima di poter essere messi in commercio.

Coronavirus e plasma iperimmune: per ora è un "atto di fede"

Nel frattempo i giornali locali ciclicamente raccontano la storie di chi pensa di aver sconfitto la malattia anche grazie al plasma iperimmune. Come Maurizio C., 60enne di Pozzaglio. "Mi avevano dato per spacciato, poi il miracolo" dice oggi alla Provincia di Cremona. Il 25 aprile scorso era intubato nel reparto di Terapia Intensiva dell’ospedale Maggiore a Cremona esattamente da un mese. I medici non erano certi che avrebbe superato la nottata.

La moglie, Laura ha sempre continuato a sperare nell’impossibile. Due giorni dopo si compie il "miracolo": le condizioni dell’uomo migliorano d’improvviso. Adesso, cinque mesi dopo aver varcato la soglia dell’inferno, Maurizio è di nuovo nella sua abitazione di Pozzaglio. Attende solo che si concluda l’inevitabile periodo di quarantena per riabbracciare la moglie. "Lo hanno salvato il plasma iperimmune e le preghiere», afferma la donna.

Dire che sia stato proprio il plasma a salvare lui e altri pazienti che erano in condizioni gravi, e che sono guariti dopo essere risultati positivi al coronavirus, è - per l'appunto, un "atto di fede". Almeno per adesso.

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