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Sabato, 4 Dicembre 2021
Salute

Perché alcuni ospedali continuano a usare il plasma iperimmune

Lo studio 'Tsunami' di Aifa e Iss aveva stabilito che non fosse una terapia vincente. Ma lasciava aperto uno spiraglio nelle fasi precocissime. La somministrazione in Lombardia non si è mai interrotta

Non c'è ancora la parola fine sul plasma iperimmune. O almeno è così in alcuni ospedali lombardi: un appello per donare il plasma, rivolto esplicitamente a coloro che si sono ammalati di covid e hanno effettuato almeno una dose di vaccino in un determinato periodo. Criteri strettissimi ma chiari, quelli indicati dall'Avis provinciale di Mantova (Lombardia) in una lettera inviata a tutti i loro donatori abituali. L'Avis è soltanto un tramite: la richiesta è partita dall'ospedale Carlo Poma, e precisamente dallo staff di Medicina Trasfusionale diretto da Massimo Franchini. 

Il Carlo Poma, come viene confermato a Today.it, sta cercando plasma iperimmune per curare i malati di covid ricoverati nel nosocomio. La pressione è nettamente diminuita rispetto al passato e, nelle prime righe della lettera, si legge che questo è avvenuto "grazie soprattutto all'intensa campagna vaccinale che ha arginato efficacemente la diffusione del virus". Tanto per mettere in chiaro che l'iniziativa non parte da una critica al vaccino, tutt'altro.

Plasma iperimmune e covid: un rapporto controverso

Ma facciamo un passo indietro. Che cos'è il plasma iperimmune? E quel plasma (componente liquida del sangue dove sono sospesi gli elementi corpuscolati come globuli rossi, globuli bianchi e piastrine) ottenuto da persone con una elevata quantità di anticorpi (immunoglobuline iperimmuni) contro uno specifico microrganismo o antigene (sostanza riconosciuta dal sistema immunitario che provoca la formazione di anticorpi). È presente, ad esempio, in persone sottoposte a vaccinazione nei confronti dello specifico microrganismo o convalescenti dalla malattia che esso determina. Nella storia medica, la terapia con plasma iperimmune è stata ampiamente utilizzata per il trattamento di numerose malattie infettive. Nel 1890, Emil Adolf von Behring e Shibasaburo Kitasato per curare la difterite e il tetano sfruttarono l'immunità passiva, ottenuta con siero di animali sani esposti al contagio. Da allora il trattamento con siero iperimmune è stato utilizzato con successo per la cura di una serie di malattie, inclusa la febbre reumatica, la scarlattina, la parotite, il morbillo, la varicella e le infezioni da pneumococco e da meningococco.

Arriviamo al coronavirus. Ma non si era detto che il plasma iperimmune, alla fin fine, è una terapia che non porta grandi risultati nella lotta al covid? Dall'ospedale confermano semplicemente che la ricerca del plasma continua, anzi non si è mai realmente interrotta, e che negli ultimi mesi questa cura non era stata molto applicata al Poma per mancanza di donatori (poiché, appunto, i casi di positività al covid diminuiscono). E che ora è ripartita con criteri più stringenti. In particolare, come si accennava, occorre avere contratto il covid dall'1 luglio al 30 settembre e avere effettuato il vaccino prima della malattia. Inoltre occorre avere meno di sessant'anni e, per le donne, non avere mai avuto né gravidanze né aborti.

Ad aprile del 2021, lo studio 'Tsunami', coordinato dall'Iss (Istituto superiore di sanità) e condotto insieme all'Aifa (Agenzia italiana del farmaco), pareva aver messo la parola fine sul plasma iperimmune contro il covid, non evidenziando un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte entro trenta giorni rispetto alla terapia standard. Lo studio concludeva, in realtà, che era emerso un migliore risultato soltanto per i pazienti con covid in forma lieve, ma senza significatività statistica. Ciò, secondo quanto si legge nel comunicato dell'Aifa, suggerirebbe "l'opportunità di studiare ulteriormente il potenziale ruolo terapeutico del plasma nei soggetti con covid lieve-moderato e nelle primissime fasi della malattia".

La trasfusione nelle fasi iniziali 

Presentata dai ricercatori di Pavia e Mantova come una terapia di successo, quella fondata sul plasma iperimmune non si è quindi mai interrotta. A luglio ha fatto scalpore il suicidio di Giuseppe De Donno, il medico mantovano che, da primario di penumologia proprio al Poma, per primo la utilizzò durante la prima ondata di pandemia. De Donno è stato immediatamente strumentalizzato dai 'no vax' che vedevano nel plasma iperimmune l'uovo di Colombo per sconfiggere il virus senza ricorrere ai vaccini, variamente bollati come 'sieri sperimentali' o cose ancor peggiori, ma la famiglia di De Donno, fin dai primi giorni dalla morte, ha ribattuto che le posizioni del medico mantovane non erano affatto antivacciniste e che la 'sua' terapia basata sul plasma iperimmune non voleva essere contrapposta ai vaccini.

E la terapia, dunque, prosegue. L'aveva del resto detto anche il 'principal investigator' della ricerca 'Tsunami', Francesco Menichetti dell'ospedale di Pisa, secondo cui, come si legge in Donatori24.it, "la raccolta plasma dei guariti continua dato che il plasma può essere utile se utilizzato entro i tre giorni dall’infezione". Sull'argomento, ad aprile, dopo la pubblicazione degli esiti di 'Tsunami', era intervenuto anche lo stesso Franchini, sottolineando che il plasma iperimmune, per essere efficace, deve "avere un alto titolo anticorpale", deve essere "somministrato precocemente al paziente, a 36-48 ore dall'infezione", e infine deve essere dato ai pazienti "non in grado di produrre anticorpi", ovvero gli immunodepressi, gli anziani e le donne in gravidanza.

Del resto, come abbiamo visto, la stessa ricerca 'Tsunami' apriva (leggermente) la porta alla possibilità di proseguire con il plasma iperimmune "nelle primissime fasi della malattia" a chi avesse contratto il covid "lieve-moderato". A Mantova e Pavia, dunque, si continua dritti sulla strada spianata da De Donno (e dallo stesso Franchini). Ma senza contrapposizioni con il vaccino.

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