Lo smartworking può aumentare il rischio di workaholism?

Lo abbiamo chiesto al Dott. Stefano Blasi, Psicologo Clinico e Docente di Psicologia delle Dipendenze all'Università di Urbino. Ecco il suo contributo

Lo smartworking può aumentare il rischio di workaholism?

Lo smartworking ha portato il lavoro a casa. E così la linea di demarcazione tra vita privata e professionale si è assottigliata. Ci siamo chiesti allora se questa condizione, dettata dalle misure di distanziamento sociale anti-coronavirus e legata a doppio filo all'utilizzo dei device, possa ritenersi un fattore di rischio per l'aumento del workaholism, ovvero la dipendenza dal lavoro. A risponderci è il Dott. Stefano Blasi, Psicologo Clinico e Docente di Psicologia delle Dipendenze all'Università di Urbino, di cui pubblichiamo di seguito un contributo. 

"Occorre distinguere chi ama molto il suo lavoro e ne ricava autostima e beneficio (hard workers) ma sa limitarsi ed avere anche altri interessi, dai soggetti costretti a lavorare con ritmi serrati per necessità, dai soggetti dipendenti. La diagnosi di workaholism è oggetto di controversie per l’instabilità dei criteri. Si possono tenere in conto le componenti della dipendenza note in letteratura per tutte le dipendenze comportamentali quali: dominanza mentale e preminenza pratica del lavoro sulle altre attività della vita, fenomeni di tolleranza (aumento del tempo o dell’intensità nel lavoro), astinenza (stati d’animo sgradevoli come irritabilità, angoscia, tristezza quando il soggetto non lavora), compulsione irrefrenabile verso il lavoro, impatto negativo sulla qualità della vita (mancanza di altri interessi) e sulle relazioni (isolamento o scadimento delle relazioni affettive, paradossalmente anche quelle lavorative a causa di uno stile spesso autoritario e controllante con i colleghi), ricadute nella dinamica eccessiva nonostante il tentativo di diminuire il lavoro. Spesso vi sono altre dipendenze concomitanti, da tabacco, da alcool, da cibo o da caffeina". 

I soggetti a rischio

"Le ricerche ci dicono che rischia maggiormente di diventare dipendente chi ha pregressi problemi emotivi, psicologici e psichiatrici. In particolare chi ha una storia di traumi, maltrattamenti o trascuratezza emotiva potrà tentare di indurre stati alterati di coscienza con un eccesso di lavoro, “sfinirsi di lavoro” per non stare a contatto con emozioni dolorose. E’ possibile che in condizione di deprivazione di altri stimoli, come nel caso del confinamento a causa della COVID-19, la persona vulnerabile possa ricorrere ad un eccesso di lavoro per tentare di anestetizzare stati mentali difficili. Il vero fattore di rischio però non è lo stressor dovuto al confinamento ma la vulnerabilità portata dalle precedenti esperienze disfunzionali di vita che hanno ostacolato la possibilità di regolazione delle emozioni. Di questi aspetti occorre prendersi cura, anche rivolgendosi ad uno specialista. Chi non ha queste vulnerabilità ritornerà presto ad una condizione di equilibrio, anche nel rapporto col lavoro". 

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