Domenica, 19 Settembre 2021
La scheda

Quanto durano i vaccini e quando è necessaria la terza dose

Il Covid-19 sarà come un'influenza? Quando sarà necessario vaccinarsi con un richiamo ulteriore? Cerchiamo di fare un po' di chiarezza

Mentre la scienza e le istituzioni si interrogano sulla necessità di somministrazione della terza dose di vaccino e sul prolungamento della validità amministrativa del green pass, gli italiani si interrogano su quanto davvero e per quanto tempo le difese immunitarie dopo il vaccino siano in grado di far fronte ad un eventuale contagio da coronavirus per evitare gravi conseguenze all'organismo.

Ribadiamolo fino dall'inizio: dati sicuri ancora non ci sono, tuttavia possiamo affidarci a quelle leggi che la scienza descrive come capaci di governare quell'invisibile esercito che costituisce il nostro apparato di difesa contro gli agenti patogeni. Abbiamo visto come in Israele e negli Stati Uniti sia iniziata la somministrazione di una terza dose di vaccino anti-covid, quella che in gergo viene definita booster dose capace di rinforzare la risposta anticorpale dopo un dato periodo. Ma qual è il tempo oltre il quale si rende necessaria? L'Agenzia europea del farmaco sta studiando i dati disponibili che arrivano appunto da Usa e Israele per capire la tempistica ottimale per il richiamo e per quali popolazioni dovrà essere mirata. In particolare sono molto attesi i dati di Pfizer e BioNTech che nelle prossime settimane dovrebbero presentare i dati sull'efficacia del loro vaccino dopo aver già avviato l'iter per il via libera con gli enti regolatori negli Stati Uniti d'America. 

I vaccini "durano" solo sei mesi?

Questo lo stato dell'arte ma cerchiamo di capire cosa potrebbe succedere in base alle informazioni che fino a qua sono disponibili. Prima di tutto è necessaria una premessa: è bene distinguere tra booster dose e richiamo vaccinale. Con la prima definizione si richiama alla possibilità di somministrare una dose ulteriore per ampliare la capacità di risposta anticorpale in soggetti già vaccinati ma che hanno sviluppato pochi anticorpi, come nel caso di immunodepressi e soggetti anziani. Il richiamo vaccinale è, come tutti sanno, una pratica che in tanti si trovano a seguire come nel caso di altre malattie, pensiamo ad esempio all'antitetanica o alla vaccinazione contro l'epatite B che prevede un richiamo dopo un certo numero di anni, circa 20 a seconda dei soggetti. 

Nel caso delle malattie generate da coronavirus, si pensi ad esempio all'influenza, il richiamo invece è più frequente per la capacità di questa famiglia di virus respiratori di mutare la propria conformazione e quindi le chiavi che occorrono agli anticorpi per neutralizzare l'invasione. 

È necessario un test sierologico prima del vaccino?

Tuttavia come ci ricordava la scorsa settimana il virologo Matteo Bassetti, se da una parte dovremo con ogni probabilità sottoporci ad un richiamo anti-Covid annuale, dall'altra è necessario prestare maggiore cura per i soggetti fragili. Ma come capire chi non ha sviluppato anticorpi? Il test sierologico potrebbe dare un falso risultato, ovvero benché si possa risultare negativi alla presenza di anticorpi anti-Sars-Cov-2 non bisogna allarmarsi e pensare subito che non ci sia stata risposta al vaccino perché, invece, potrebbe essersi sviluppata una linea di difesa diversa, quella dei linfociti T.

Il test sierologico è un test di primo livello che individua le immunoglobuline Igg e Igm, le glicoproteine che costituiscono le nostre difese immunitarie in circolo nel sangue. Tuttavia il test non rileva le difese immunitarie che si rifanno alla linea dei linfociti T, che possono essere individuate solo con esami più approfonditi in ospedale o nei centri di ricerca.

Questa secondo "linea di difesa", i linfociti T, intervengono e si attivano una volta che l'organismo individua la minaccia e si predispone a combattarla: in genere passano alcuni giorni durante i quali si possono manifestare i primi sintomi della malattia. Tuttavia benché più lenti degli anticorpi che - intervenendo subito - contrastano anche l'infezione impedendo il contagio - i linfociti T hanno una qualità: possono durare per tutta la vita e assicurare una protezione sempre che l’infezione sia identica. Questo è  il motivo per cui siamo coperti dal virus del morbillo o varicella tutta la vita se immunizzati. Ma se muta nel tempo il riconoscimento è inferiore o molto minore.

I dati che nell'ultimo anno abbiamo raccolto sul Covid identificano come la difesa anticorpale possa calare rapidamente di mese in mese, fino a dimezzarsi nell'arco di 9 mesi. Mentre l’immunità adattiva mediata dai linfociti T invece rimane.

Partendo da questi dati, dovranno essere identificati i soggetti che dovranno ricorrere alla booster dose e - nel caso il Sars-Cov-2 si presenti con una mutazione più virulenta e/o letale - a quanti e quando sarà necessario un richiamo per contrastare anche i contagi. Un po' come avviene con l'influenza: con la presenza di ceppi più aggressivi si potenzia la campagna vaccinale mettendo in atto tutte le possibilità che abbiamo per proteggere i più deboli.

Quanto durano i vaccini e quando è necessaria la terza dose

Gli anticorpi calano ed il virus entra nell'organismo, infetta le cellule e comincia a riprodursi ma i linfociti T le riconoscono: si hanno sintomi più lievi ma l'infezione viene contrastata prima che si producano danni gravi all'organismo. 

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