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Giovedì, 8 Dicembre 2022
Evoluzione umana

A cosa serve ridere

Tutti ridiamo, ma non è facile capire perché. Carlo Valerio Bellieni, dell’Università di Siena, ha appena pubblicato uno studio che tenta di spiegare l’origine e la natura della risata da un punto di vista evolutivo. Lo abbiamo intervistato

Ridere è un’attività fondamentale per gli esseri umani. Ed è una fortuna, visto che è un toccasana per l’umore, un balsamo contro lo stress e un ottimo rimedio per mantenersi in salute. Capire perché ridiamo, però, è piuttosto complicato. Non è facile infatti definire rigorosamente l’umorismo, un concetto sfuggente ed estremamente soggettivo. O spiegare a cosa serva, e come nasca, un comportamento così naturale per la nostra specie, da essere dato spesso per scontato. Carlo Valerio Bellieni, Professore di pediatria Università di Siena e membro del comitato di bioetica della regione Toscana, pensa di avere la risposta. Di recente ha infatti pubblicato un articolo sulla rivista New Ideas in Psychology in cui propone una nuova ipotesi sulla natura della risata, che ne radica saldamente l’origine nella storia evolutiva della nostra specie. Gli abbiamo chiesto di raccontarcela.

Professore, come nasce il suo interesse per lo studio della risata?
"Ho studiato per oltre 20 anni il dolore dei bambini e, di conseguenza, il pianto. E così mi sono accorto che ci sono delle importanti analogie tra pianto e riso, nel senso che entrambi provocano un miglioramento dell'umore, ed entrambi sono fenomeni ciclici, comportamenti ritmici e stereotipati come il masticare, il camminare, il respirare, che compiamo tutti i giorni e che ci danno, se compiuti per bene, un certo relax. Perché ci danno relax? Me lo sono chiesto, e quindi sono andato a studiare il riso. Un comportamento che mi ha particolarmente affascinato perché è un fenomeno ciclico, e quindi stereotipato, che paradossalmente – ho scoperto approfondendo i miei studi – viene provocato dall'incontro improvviso e stupefacente con qualcosa di stereotipato che irrompe nella nostra vita."

Nelle sue ricerche è partito da un'analisi dei lavori che erano già stati svolti sulla natura della risata. Cosa ha trovato?
"Ci sono almeno due teorie fondamentali sul perché si ride. Una è quella della supremazia, che possiamo far risalire ad Aristotele: si ride perché ci si sente superiori agli altri. Un'altra è quella dell'incongruenza: si ride quando si trova nella vita, improvvisamente, qualcosa di incongruente. Quello che ho visto basandomi anche sugli studi di Henry Bergson, un filosofo francese del secolo scorso, è che è vero che si ride per incongruenza, però si ride per ogni tipo di incongruenza. Se io trovo un tavolo spaccato a metà, per quanto inatteso, non mi viene da ridere. Per questo penso che si rida sì per incongruenza, ma quando questa incongruenza si riscontra tra un fenomeno vitale, e qualcosa al suo interno che non è vitale. Le faccio un esempio: se scendo in strada e vedo una tigre è una cosa incongruente, perché non ha nulla a che vedere con un ambiente cittadino, ma non mi viene da ridere. Se invece questa tigre si mette a miagolare come un gattino, mi viene da ridere. Perché? Perché questa incongruenza ha fatto entrare nella vita della tigre qualcosa che non è vitale, che l'ha sminuita, resa stereotipata, e così l'ha fatta diventare un'altra cosa. I cartoni animati si basano molto su questo principio: quante volte vediamo i protagonisti che buttano dall'alto di una rupe un'incudine, o un pianoforte, in testa a qualcuno? Una cosa assurda, ma non è l'assurdità a fare ridere, è il fatto che l'altro, quello che riceve in testa l'incudine, si comporta come se fosse non un'animale, una persona, ma come se fosse un oggetto di plastica. Gli arriva l'incudine in testa, si schiaccia, e poi si tira su e continua a camminare. O ancora, pensiamo agli incidenti che suscitano risate. Perché fanno ridere? Perché quando vediamo qualcuno che cade questo sbatte, rimbalza, come fosse un oggetto. Se abbiamo la convinzione che non si sia fatto male, può suscitare una risata."

Come nasce quindi una risata?
"Per prima cosa nessuno si deve far male, se no non ti viene da ridere. La seconda condizione è che il riso è una forma di difesa dal fatto che la cosa ripetitiva e stereotipata nella vita normalmente ti spaventa. Vedere una persona che inizia a comportarsi in maniera stereotipata, come può essere una persona con disturbi mentali che ripete sempre le stesse cose, o cammina avanti e indietro ossessivamente, mette ansia. Quello che più mette paura all'essere umano è la ripetitività. Questo lo hanno spiegato bene tanti filosofi, da Marcuse ad Hanna Arendt, a Gunter Anders, Martin Heiddeger, la disumanizzazione fa paura, non capisci più chi è vivo e chi non è vivo, e questo scatena una reazione. Di fronte a questa incongruenza, la risata scatta quando scopriamo che l’incongruenza non fa male. Quando sentiamo una barzelletta, per un attimo ci lascia smarriti, poi la capiamo ed è a quel punto che ridiamo. È un modo in cui, inconsciamente, avvertiamo gli altri che abbiamo avuto paura, abbiamo avuto un momento di sperdutezza o di incertezza, e che questa è passata. La risata, quindi, serve in qualche modo per avvisare gli altri che il momento di panico è finito."

E questo ci lascia immaginare anche quale sia l'origine evolutiva della risata?
"Ci permette di fare certamente delle ipotesi. Una è che la risata sia nata come una forma di protolinguaggio, una modalità comunicativa che precede la parola, e che si è sviluppata nei nostri antichi progenitori prima della nascita del linguaggio. Perché rimane ancora con noi, preservato dalla selezione naturale, nonostante si tratti di un fenomeno strano, apparentemente banale e privo di senso? Un'utilità ci deve essere stata e ci deve essere ancora. E allora probabilmente all'inizio era un'utilità di comunicazione, per avvertire del pericolo e del passato pericolo. Dopo di che siamo riusciti a dire queste cose con le parole, ma abbiamo continuato a ridere, perché ha ancora effetti benefici sulla nostra psiche e sul nostro organismo."

Anche in questo la risata ha qualcosa in comune con il pianto?
"È molto probabile. Il pianto ha un significato molto interessante nel suo essere una forma di richiesta di aiuto, e anche una forma di auto-consolazione. Quello che crea un'analogia con la risata è in primo luogo il fatto che i centri nervosi del cervello che regolano i due fenomeni sono all'incirca gli stessi: l'amigdala, l'ipotalamo, certe zone della corteccia frontale. Nel pianto inoltre lo scorrere delle lacrime sulla faccia produce endorfine, gli ormoni del relax, che hanno un potente effetto antistress. E il riso, analogamente, ha una funzione antistress. Sappiamo ormai che l'umorismo e la risata hanno una funzione di prevenzione della depressione e dell'ansia, migliorano la pressione arteriosa, hanno effetti positivi sull'umore e sull'omeostasi, cioè la capacità di mantenere costante lo stato generale dell'organismo. Aiutano quindi la salute, non sono soltanto fenomeni comunicativi, ma anche fenomeni di auto aiuto, permettono di sistemare da soli una situazione spiacevole."

Ridere ha anche una funzione sociale?
"Sì, ridere è un fenomeno contagioso. E probabilmente contagiato anche dalla presenza dei neuroni specchio nel nostro cervello, quelle cellule che si attivano quando imitiamo dei comportamenti che vediamo negli altri. Se vediamo qualcuno che sbadiglia ci viene da sbadigliare. Se vediamo qualcuno che ride ci viene da ridere. Il fatto che nelle situation comedy mettono le risate in sottofondo è per farci ridere anche se lo show non fa particolarmente ridere. Se è contaggiosa la risata è perché, credo, deve dare questo messaggio di cessato allarme alle persone che stanno intorno. Non è tutto. Spesso sentiamo dire 'mi sono innamorato di questa persona perché sa farmi ridere'. Beh, è così. Perché stare con qualcuno che ti sa far ridere significa stare con una persona che sa attivare in te quel sistema di benessere che ti fa stare meglio, e allora gliene sei grato perché ti sta facendo diventare più capace di individuare e condannare col riso le intemperie della vita."

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