"Acqua ossigenata per fermare Covid-19": lo studio che non era uno studio

Una lettera pubblicata sulla rivista della Cambridge University è stata accolta con eccessivo entusiasmo dai media italiani

Foto di repertorio

L’acqua ossigenata può essere efficace contro il Covid-19? Per ragioni imperscrutabili negli ultimi giorni è tornato di attualità uno "studio" condotto da un pool di ricercatori napoletani e riportato dalla rivista "Infection Control & Hospital Epidemiology" della Cambridge University. In realtà lo "studio" risale ad aprile e non si tratta nemmeno di uno studio bensì di una lettera all'editore della rivista. Di cosa si parla?

Coronavirus e acqua ossigenata: la tesi dei ricercatori italiani

Secondo i ricercatori, da un precedente studio sul coronavirus sarebbe emerso che questo "staziona" sul muco che ricopre le cellule epiteliali per poi progredire fino a esse e replicarsi. È proprio in questa fase che il virus – spiegano - è più debole e può essere aggredito prima che raggiunga la mucosa tracheale. In questo senso l’uso del perossido di ossigeno per disinfettare il cavo orale subito dopo la comparsa dei primi sintomi potrebbe ridurre il numero delle ospedalizzazioni. Non solo. L'uso dell’acqua ossigenata "mediante regolari sciacqui della mucosa orale (concentrazione al 3 per cento) almeno tre volte al giorno, e allo 1,5 per cento mediante nebulizzazione delle cavità nasali, e infine l’utilizzo dello iodopovidone allo 0,6 per cento istillato come collirio 2 volte al giorno, possono risultare particolarmente efficaci nella prevenzione dell’infezione generata da quello che è noto come Coronavirus".

"L’efficacia del perossido di idrogeno - scrivono infatti i ricercatori - è da ricondursi non solo alle sue ben documentate proprietà ossidanti e di rimozione meccanica, ma anche grazie all’induzione della risposta immunitaria innata antivirale mediante sovraespressione del TLR3 (Toll Like 3), riducendo pertanto complessivamente la progressione dell’infezione dalle alte alle basse vie respiratorie".

Perché dobbiamo essere cauti

Come stanno le cose? Come abbiamo spiegato in precedenza, quello del pool di ricercatori italiani, sulla cui serietà e preparazione nessuno vuole obiettare, non è un vero e proprio studio ma una lettera all’editore della rivista in cui gli stessi ricercatori chiedono di incoraggiare studi clinici sull’argomento. Studi che però, almeno da quello che risulta a chi scrive, non sono mai stati condotti. Non è un caso del resto che il titolo della lettera inizi con la parola "might" (potrebbe) e si chiuda con un punto interrogativo. 

studio covid-2

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Va poi detto per inciso che l'impact factor della rivista in questione (ovvero l’indice che misura il numero medio di citazioni ricevute) non è tra i più elevati. Insomma, quello proposto dai ricercatori italiani ad oggi non può essere considerato né un rimedio definitivo né una misura anti-contagio da affiancare a quelle che conosciamo già, ma al massimo uno spunto (magari interessante e fecondo per altre scoperte) su cui bisognerebbe ancora indagare.

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