Venerdì, 4 Dicembre 2020

Anticorpi monoclonali: quando arriva la cura contro il coronavirus in Italia

Lo scienziato Rino Rappuoli ha annunciato che è in corso di definizione un accordo con il Ministero della Salute per la distribuzione da marzo (ma solo in casi di emergenza)

Foto di repertorio

Dopo le prime dosi di vaccino arriverà anche la prima terapia basata sugli anticorpi monclonali. Ad annunciarlo è stato Rino Rappuoli, 'padre' di tanti vaccini fra cui quello contro il meningococco B, chief scientist di Gsk Vaccines a Siena e impegnato nello sviluppo del super anticorpo contro Sars-Cov-2. intervenendo al seminario in tema di pandemia promosso dall'Unione europea, Rappuoli ha affermato "che dopo le prove cliniche, pensiamo di essere pronti a marzo, per avere questi anticorpi per l'uso emergenziale". "Stiamo facendo un accordo con il commissario Domenico Arcuri per la distribuzione, una volta pronto, dell'anticorpo monoclonale che stiamo sperimentando" ha aggiuntolo scienziato. "Non sarà quindi l'azienda a distribuirlo, ma il sistema del ministero della Salute che deciderà come farlo". Lo ha annunciato,

Fino ad ora "le cose procedono bene. Sono orgoglioso - ha aggiunto - perché stiamo facendo un lavoro a livello internazionale. Credo che abbiamo l'anticorpo più potente in sperimentazione clinica in questo momento. E credo che in Europa saremo gli unici ad andare in sperimentazione clinica nei prossimi mesi". Rappuoli si dice soddisfatto anche per il fatto che si tratta di un progetto che viene fatto interamente in Italia: "Penso che riusciremo ad avere un prodotto che può sia prevenire sia curare l'infezione. E, inoltre, che arriverà prima di qualunque altro farmaco contro l'infezione, perché per sviluppare i farmaci ci vuole molto. Altre molecole arriveranno probabilmente tra un anno o due. Siamo abbastanza contenti, dunque, di essere tra quelli che sono all'avanguardia nello sviluppare il primo farmaco".

Il farmaco Bamlanivimab approvato negli Usa

Intanto ieri la Fda, Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha dato il via libera all'utilizzo di un anticorpo monoclonale neutralizzante ma solo in situazioni d'emergenza.

Si tratta del Bamlanivimab, prodotto dalla compagnia Eli Lilly. L'utilizzo di questo farmaco sarebbe molto utile nei casi di sintomi lievi o moderati, prima che si aggravino ulteriormente. Nei primi giorni di comparsa del sintomo, sembra che l'anticorpo possa essere utile a bloccare il decorso della malattia. La decisione della Fda è arrivata lo scorso 9 novembre. Al momento gli unici dati a disposizione riguardo questo farmaco sono stati pubblicati in uno studio pubblicato dalla rivista scientifica New England Journal of Medicine. Nello studio sono stati coinvolti 452 pazienti che presentavano sintomi non gravi. A una parte di loro è stato somministrato il farmaco mentre agli altri un placebo. La risposta di coloro che hanno ricevuto il farmaco è stata migliore rispetto a coloro che hanno avuto il placebo anche se non con cifre nettamente superiori. Coloro che hanno avuto il farmaco hanno avuto una diminuzione dei sintomi nel doppio dei casi rispetto a quelli che hanno affrontato la malattia senza. Una buona risposta è stata data in percentuale anche rispetto al fatto che coloro che hanno ricevuto il farmaco sono stati ospedalizzati meno rispetto a quelli che non l'hanno ricevuto. L'1,6% col farmaco contro il 6,3% che ha proseguito senza. Risultati positivi anche se in maniera modesta che non permettono di garantire l'efficacia della cura su larga scala.

Anticorpi monoclonali: il problema del costo

Uno dei problemi emersi nelle ultime settimane è che la cura con i monoclonali costerebbe troppo. Anche se un malato di Covid-19 può guarire in 48 ore. A provare a mettere a punto definitivamente una cura stanno provando il Monoclonal Antibodies Discovery (Mad) Lab della Fon-dazione Toscana Life Sciences in collaborazione con l’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. "Tra i 3 anticorpi dimostratisi più promettenti - si legge in un documento dello Spallanzani - ne è stato selezionato uno, che si è dimostrato il più potente contro il virus e che sarà testato nelle prove cliniche il cui avvio è atteso entro fine 2020". Ma, spiegava ieri il Mattino, c'è uno scoglio difficile da superare: 

Il problema però è che è un approccio costoso, a differenza di un vaccino questo farmaco costa da 10 a mille volte di più. Dunque, possono servire alcune centinaia di migliaia di euro l’anno per la cura dei pazienti. Se lo si utilizzasse per tutti e diventasse un prodotto dimassa, sarebbe difficilmente sostenibile».

Si aggiunga poi che «il vantaggio di questi anticorpi è da dimostrare. Bisogna capire se basta una sola infusione per eliminare il virus, e in quel caso il costo diventa più sostenibile. Ma è chiaro che - rimarca Mauro Pistello, ordinario di Microbiologia e Microbiologia clinica all’Università di Pisa e vicepresidente della Società italiana di Microbiologia - se dovessimo curare tutti con questa misura probabilmente il nostro pil diventerebbe una voragine».

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