Sabato, 24 Luglio 2021
La possibile cura

Perché l'uso degli anticorpi monoclonali per curare il covid non sta decollando

A che punto siamo con la terapia che permetterebbe di evitare la forma più grave di Sars-CoV-2 in soggetti a rischio, se utilizzata entro i primi tre giorni dall'insorgere dei sintomi di una sindrome respiratoria acuta

Tecnici al lavoro nel laboratorio della sede di Latina della BSP Pharmaceuticals, 9 febbraio 2021. ANSA/Maurizio Brambatti

Gli anticorpi monoclonali sono stati autorizzati in Italia nel febbraio 2021 in via temporanea, dopo il via libera dell'Aifa (l'Agenzia italiana del farmaco), con un decreto del ministro della Salute per il trattamento della malattia da Covid-19 da lieve a moderata in pazienti definiti a rischio. Nel dettaglio, sono stati oggetto di autorizzazione temporanea l'anticorpo monoclonale "bamlanivimab" e l'associazione di anticorpi monoclonali "bamlanivimab-etesevimab", prodotti dall'azienda farmaceutica Eli Lilly, nonché l'associazione di anticorpi monoclonali "casirivimab-imdevimab" dell'azienda farmaceutica Regeneron/Roche.

Anticorpi monoclonali: a che punto siamo in Italia

I trattamenti avvengono per via endovenosa, in ospedale, e costano migliaia di euro ciascuno. La distribuzione dei medicinali è effettuata dal commissario straordinario all'emergenza covid: il nostro Paese ha acquistato finora 150mila dosi di anticorpi monoclonali, spendendo circa cento milioni di euro. La terapia permetterebbe di evitare la forma più grave di Sars-CoV-2 in soggetti a rischio, se utilizzata entro i primi tre giorni dall'insorgere dei sintomi di una sindrome respiratoria acuta. Un'arma contro il covid, insieme ai vaccini. Come sta andando? Non benissimo, a giudicare dall'ultimo monitoraggio dell'Aifa. In tre mesi, dal 10 marzo al 10 giugno, sono stati solo 5.970 i pazienti covid trattati con anticorpi monoclonali, come si può vedere dalla tabella qui sotto con i dati ripartiti per regione. Lazio, Veneto e Toscana guidano la classifica sul numero delle prescrizioni, rispettivamente con 790, 776 e 728 pazienti trattati.

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Ma andiamo con ordine. Per anticorpi monoclonali si intendono delle proteine, sintetizzate in laboratorio, che "copiano" gli anticorpi naturali prodotti dal nostro sistema immunitario. Il termine "monoclonale" significa che sono prodotti tutti da uno stessa cellula (uno stesso "clone") e che quindi sono tutti identici, nella stessa linea. Gli anticorpi sono quelle sostanze che il nostro sistema immunitario produce in risposta ad un'infezione. Usare gli anticorpi monoclonali, quindi, è una sorta di forte potenziamento della risposta immunitaria, con il vantaggio che, essendo stati selezionati e sintetizzati in laboratorio, se ne esaltano le caratteristiche di potenza, selettività, efficacia. Per anticipare la nostra risposta immunitaria al Sars-CoV-2, questi anticorpi vengono somministrati ai pazienti positivi nei primissimi giorni dalla comparsa dei sintomi.

Tornando al report di Aifa, si osserva che nella settimana di monitoraggio 4-10 giugno 2021 sono state appena 101 le prescrizioni per l'utilizzo dei monoclonali in tutte le regioni italiane, a fronte - ribadiamo - di 150mila dosi disponibili. Perché la terapia in Italia non sta decollando? In primis a incidere è l'andamento dell'epidemia, ora in deciso calo: meno contagi e meno ricoveri significano meno pazienti potenziali da trattare, per fortuna. E poi ci sono i vaccini, con il 26.67% della popolazione over 12 che ad oggi ha completato il ciclo. Ma non sono gli unici fattori a spiegare i pochi, pochissimi pazienti trattati finora con questa terapia.

La somministrazione stessa degli anticorpi non è immediata, e questo può rendere le operazioni particolarmente difficoltose. L'infusione del monoclonale deve essere fatta in ospedale, per cui un soggetto covid-positivo che sta nel suo domicilio deve recarsi uno dei centri che somministra gli anticorpi con tutte le connesse difficoltà di controllo, distanziamento e sanificazione. L'infusione endovena dura circa un'ora, poi il paziente deve essere osservato in ospedale per un'altra ora, perché potrebbero verificarsi - raramente ma con una certa possibilità - reazioni anafilattiche. Per finire, è probabile che i medici di famiglia non conoscano bene questa possibilità di cura: per questo le prescrizioni con le richieste di accesso alla terapia inviate ai centri specializzati per le infusioni sono pochissime. Viene da chiedersi a cosa sia servito aver speso cento milioni di euro.

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