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Martedì, 16 Agosto 2022
Opinioni a confronto

I cambiamenti climatici sono causati dall’uomo?

Franco Prodi a confronto con Antonello Pasini

Vista l’estate realmente bollente era inevitabile tornare a parlare di riscaldamento globale e cambiamenti climatici. E in particolare, dei responsabili. A riaccendere il dibattito in questo caso è stata un intervento di Franco Prodi, fisico dell’atmosfera in pensione (almeno sul piano degli impegni accademici), ex direttore dell’Istituto per le Scienze del Cima nonché fratello dell’ex Premier Romano, che invitato al festival dell’Innovazione organizzato dal quotidiano il Foglio ha ricordato i suoi dubbi (a dir la verità, ormai più che decennali), sull’effettiva esistenza dell’attuale emergenza climatica e sul ruolo che rivestirebbero in essa le attività umane. Inevitabilmente, l’intervento dell’ex professore, che sembra sollecitato ad arte all’inizio di un’estate calda non solo per le temperature, torride, ma anche sul versante delle politiche energetiche dell’Unione (con al guerra in Ucraina che sta stravolgendo gli impegni dell’Ue sul versante della decarbonizzazione), ha fatto discutere. Galvanizzando i soliti noti, che mal digeriscono le mobilitazioni internazionali in difesa del clima e gli sforzi che ci vengono chiesti per cercare di limitare i danni. E spingendo di conseguenza alla levata di scudi chi la pensa altrimenti.

Perché un fisico con una carriera seria e importante come quella di Prodi è finito per diventare il paladino dei negazionisti climatici? Glielo abbiamo chiesto, e le sue risposte ci fanno pensare che sia per genuina convinzione. Una convinzione che probabilmente lo rende cieco alle strumentalizzazioni, tutte politiche, a cui si espone, e che sembra rimasta impermeabile, nei decenni, al mutare del consenso scientifico, che oggi rende le sue idee minoritarie e alquanto desuete.

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“La fisica del sistema clima ci dice che il sistema è composto da una stella che è il Sole, e una palla che è la Terra”, ci spiega Prodi. “E che tra i due avviene uno scambio di fotoni che determina il bilancio energetico del nostro pianeta, e che varia al variare di diverse componenti”. C’è quindi una causa astronomica nelle variazioni climatiche, che dipende dalla distanza che separa il Sole dalla Terra, che subisce costantemente piccole variazioni per effetto della gravità degli altri pianeti. Una causa astrofisica, relativa ai cicli solari e quindi al fatto che la quantità di energia emessa verso di noi dalla nostra stella non è costante. E infine una atmosferica, determinata dalla quantità variabile di fotoni in entrata e in uscita dalla sommità dell’atmosfera terrestre. Quest’ultima forma di variabilità dipende ovviamente dalla composizione dell’atmosfera che i fotoni si trovano ad attraversare, e può quindi mutare sia per cause naturali che per cause antropiche, legate cioè alle attività (principalmente industriali) umane.

“L'apporto più importante è quello della natura – assicura Prodi – le particelle di origine marina, gli incendi nelle foreste, le eruzioni vulcaniche, sono fonti di produzione naturale di aerosol e di gas. E poi, ovviamente, c'è una produzione antropica di queste particelle”. Quantificare l’impatto che hanno sul clima le emissioni di CO2 e di altri gas e sostanze provenienti dalle attività umane secondo Prodi è attualmente impossibile. E il fatto che le rilevazioni delle temperature globali sono iniziate più o meno all’inizio dell’800, in corrispondenza cioè con l’inizio della rivoluzione industriale, ha fatto sì che si cedesse alla tentazione di attribuire il riscaldamento del pianeta, innegabile leggendo le serie storiche disponibili, alla nuova variabile – l’inquinamento umano – senza ragionare a sufficienza sulla possibilità che si tratti, principalmente, di periodiche oscillazioni naturali del clima.

Questa - stringi stringi – è l’opinione di Prodi. Un’opinione che a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 non era neanche così minoritaria. Ancora nel 2001, ad esempio, il comitato Galileo 2001 per la libertà e la dignità della scienza, a cui aderivano scienziati del calibro di Umberto Veronesi, Giorgio Salvini (che è stato Presidente della società dei Lincei, Presidente dell’Infn e Ministro dell’Università e della Ricercerca nel governo Dini), Tullio Regge, e Edoardo Boncinelli, citava nel suo manifesto fondativo come primo esempio di pretesa verità basata "sull’emotività irrazionale tipica delle culture oscurantiste", “l’attribuzione quasi esclusivamente alle attività antropiche di effetti, pur preoccupanti data la posta in gioco, quali i cambiamenti climatici che da milioni di anni sono caratteristici del pianeta Terra”.

Neanche all’epoca, chiaramente, le idee di Prodi erano maggioritarie nella comunità scientifica. Ma quanto meno il professore era in buona compagnia. Cosa è cambiato dunque negli ultimi due decenni? La ricerca ha continuato a lavorare, e i modelli climatici si sono affermati come fonte prioritaria di studio e previsione dei fenomeni climatici. Modelli che secondo Prodi rendono conto in maniera grossolana dei fenomeni fisici che rappresentano il cuore del sistema climatico (l’influsso delle nubi, dell’aerosol acquatico, e di tutti i meccanismi che influenzano la riflessione e l’assorbimento della radiazione solare e di quella infrarossa preveniente dalla superficie). E che invece oggi rappresentano lo strumento principe della climatologia moderna.

“Noi scienziati del clima avremmo voluto studiare il clima intero in laboratorio, il problema è che non possiamo farlo, perché ci vorrebbe una terra gemella su cui fare esperimenti”, ci spiega Antonello Pasini, fisico climatologo del Cnr e docente di Fisica del Clima dell’Università di Roma Tre. “La vera rivoluzione nello studio del clima è nata quando ci siamo accorti di questa cosa: abbiamo detto ok non possiamo ricostruire il clima in un laboratorio reale, e allora facciamolo in un laboratorio virtuale, con i i supercalcolatori. Noi sappiamo come funzionano i singoli pezzi, sappiamo quali sono le equazioni che ne determinano il funzionamento, le equazioni della termodinamica, della fluido dinamica, e quelle che governano molte altre variabili. Prendiamo queste equazioni, le mettiamo nei nostri modelli, facciamo sistemi di equazioni, e riusciamo a ricostruire nel modello il clima che ha fatto nel passato degli ultimi 150 anni”.

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Dopo aver verificato che i modelli ricostruiscono con precisione il passato, ci spiega Pasini, i climatologi possono quindi chiedersi: cosa sarebbe successo se gli influssi umani, le emissioni di gas serra, la deforestazione, l'agricoltura non sostenibile, tutte le attività umane insomma, fossero rimaste ferme ai valori che avevano a metà dell'800? Per scoprirlo si danno i dati in pasto ai supercomputer. E i modelli rispondono, immancabilmente, che in questo caso l'enorme incremento di temperatura dagli anni '60 a oggi non ci sarebbe stato, e che le temperature sarebbero rimaste quasi costanti. Il fatto che tutti modelli sviluppati negli ultimi decenni concordino rende i risultati estremamente robusti, e rappresenta un indizio scientificamente molto forte che con la nostra specie fuori dall’equazione, il riscaldamento globale recente non ci sarebbe mai stato.

“Qualcuno degli scettici può dire, magari, che rimane troppa incertezza nella nostra conoscenza delle variabili da cui dipende il clima”, aggiunge Pasini. “Come si fa a smentire un’obbiezione di questo tipo? Con il mio gruppo abbiamo costruito dei modelli in cui abbiamo evitato di inserire le nostre conoscenze teoriche di come funziona il sistema. Oggi ci sono sistemi di intelligenza artificiale che possono farlo: trovano le regole di funzionamento di un sistema partendo unicamente dai dati disponibili. Con queste reti neurali cosa è successo? È successa esattamente la stessa cosa: permettono di ricostruire perfettamente il passato, e ci dicono che con gli influssi umani fermi al 1850 la temperatura dagli anni '60 ad oggi sarebbe rimasta quasi costante”.  

Per chi si occupa oggi di climatologia, l’utilizzo dei modelli climatici è insomma la prassi. I modelli concordano nel ritenere i cambiamenti climatici colpa principalmente dell’inquinamento umano. E prevedono scenari catastrofici se non interverremo in modo deciso per tagliare le nostre emissioni di gas serra nei prossimi anni. Su questo la comunità scientifica ormai è compatta. Che dire delle posizioni di Prodi, allora? Un fisico con la sua esperienza, ovviamente, è titolato ad avere le proprie opinioni. Ma come per chiunque altro, queste devono affrontare, e superare, la prova del tempo. 

“Sicuramente è anche una questione generazionale, che spinge alla diffidenza verso la sperimentazione modellistica e questo nuovo modo di fare fisica – ragiona Pasini – Tanto più che Prodi non è un esperto di modelli, ma di un singolo settore che è la microfisica delle nubi, che viene inserita ovviamente nei modelli, e non ha mai pubblicato con una visione sistemica sul sistema clima”.

In un saggio del 1962, il grande filosofo della scienza Thomas Kuhn teorizzava che il progresso scientifico sia fondato sull’alternanza di paradigmi che si alternano nel corso di quelle che definiva “rivoluzioni scientifiche”, cambiamenti di consenso in cui una nuova generazione di scienziati ribalta le concezioni e i metodi di quella precedente. E guardando alla ritrosia con cui alcuni decani della fisica accolgono l’idea di un ruolo preponderante delle attività antropiche nei cambiamenti climatici, questo ha tanto l’aria di essere uno di quei casi.

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