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Sabato, 2 Marzo 2024
Terapie innovative

Cosa sono e come funzionano i nuovi vaccini contro il cancro

Moderna ha annunciato che entro il 2030 i vaccini anti tumorali saranno una realtà. Ecco di cosa si tratta, come funzionano e quali limiti hanno queste nuove tecnologie

Già nei prossimi cinque anni, i vaccini a mRna contro il cancro potrebbero diventare realtà. L’annuncio arriva da Paul Burtondel Direttore Sanitario di Moderna (una delle due farmaceutiche che ha lanciato con successo un vaccino a mRna durante la pandemia), che sulle colonne del Guardian ha anticipato quella che ritiene un’autentica rivoluzione, destinata – assicura Burtondel – a salvare la vita di centinaia di migliaia – se non di milioni – di pazienti nei prossimi decenni. Di cosa parliamo, e come funzionerebbero simili vaccini?

I vaccini in oncologia

Quando si parla di vaccini, solitamente ci si riferisce a farmaci in grado di immunizzare il nostro organismo nei confronti di un determinato patogeno, spingendo il sistema immunitario a produrre anticorpi in grado di neutralizzarlo prima che possa dare vita ad un’infezione. Si tratta di un tipo di vaccinazione con scopo preventivo: mi vaccino quando sono sano, per evitare di ammalarmi in futuro. Qualcosa di simile si può fare anche nei confronti dei tumori, ma non è di questo tipo di vaccini che parla il direttore sanitario di Moderna. In oncologia i vaccini preventivi sono quelli indirizzati verso patogeni che infettando l’organismo umano aumentano il rischio di sviluppare una neoplasia, come è il caso del papilloma virus (o Hpv) che causa tumori della cervice uterina (e in altre aree del corpo, come la bocca, la gola e l’ano) e che si può prevenire con la vaccinazione anti Hpv. 

Non è invece possibile invece, almeno attualmente, immunizzare l’organismo umano per impedire che si sviluppi un tumore. Le ragioni sono varie – ad esempio il fatto che i tumori presentano un make up genetico estremamente eterogeneo, che rende quasi impossibile identificare a priori un bersaglio per il nostro vaccino – ma non impediscono di immaginare un differente approccio vaccinale, definito dagli esperti “terapeutico”: utilizzare cioè un vaccino per attivare il sistema immunitario di una persona malata di cancro, e spingerlo ad attaccare con rinnovata foga le cellule tumorali. 

Di principio si tratta semplicemente di una forma di immunoterapia (cioè, in generale, una terapia che induce l’attivazione del sistema immunitario contro il bersaglio desiderato), con la particolarità che invece di attivare o rafforzare in modo aspecifico l’azione del sistema immunitario, un vaccino terapeutico lo fa in modo estremamente mirato, introducendo un antigene presente unicamente sulle cellule tumorali (chiamato neoantigene, perché nasce dalle mutazioni ex-novo che hanno trasformato le cellule sane in cellule tumorali) contro cui l’organismo svilupperà i suoi anticorpi. Anche in questo caso, non si tratta di una novità assoluta: ad oggi esistono già due vaccini terapeutici approvati dall’Fda (l’agenzia del farmaco americana), nessuno dei quali però è indirizzato, in effetti, contro i neoantigeni tumorali. 

Come funziona un vaccino anti cancro?

Il funzionamento di un vaccino terapeutico contro il cancro, del tipo che ha in mente il direttore sanitario di Moderna, è relativamente semplice. Almeno a parole: si identifica infatti una proteina presente sulle cellule del tumore ma non su quelle sane (come un neoantigene), si inocula nell’organismo in una forma innocua (assicurandosi cioè che l’iniezione non provochi la formazione di nuove cellule tumorali), e si lascia quindi agire il sistema immunitario, che a questo punto riconoscerà facilmente le cellule del cancro e le attaccherà per eliminare l’intruso. 

I modi per fare tutto questo ovviamente sono molti, così come sono moltissime le sperimentazioni attualmente in atto in tutto il mondo. Moderna ha nel suo portfolio un vaccino a mRna contro il melanoma, in stadio relativamente avanzato di sviluppo e a cui l’Fda ha assegnato lo status di Breakthrough Therapy che ne velocizzerà il processo di approvazione. Al momento si chiama mRNA-4157/V940, e funziona così: si effettua una biopsia per determinare quali neo-antigeni sono presenti nel tumore di un determinato paziente, si sceglie quindi il più adatto e si crea un vaccino a mRna che codifica le informazioni necessarie per far produrre all’organismo quel neoantigene, e ovviamente lo si inocula al paziente. L’utilizzo della piattaforma vaccinale basata sull’mRna garantisce un’elevata efficacia e la possibilità di creare con facilità questi vaccini personalizzati, ed è per questo che Moderna (e in parallelo anche Pfizer-Biontech, che sono al lavoro su un altro vaccino contro il melanoma, basato però su un set prestabilito di quattro neoantigeni) ritiene che il know how sviluppato durante la pandemia darà un impulso fondamentale allo sviluppo di queste terapie nel futuro prossimo. Se si tratterà della rivoluzione descritta da Burtondel è difficile da prevedere. Quel che è certo è che anche i vaccini a mRna contro il cancro presentano limiti piuttosto importanti. 

Costosi e non sempre efficaci

Se il sistema immunitario può eliminare con tanta facilità i tumori, perché non lo fa anche senza vaccini? In effetti, la risposta delinea il primo problema che presentano tutti i vaccini anti cancro: il sistema immunitario di norma elimina sul nascere le cellule tumorali, e quando non ci riesce è perché qualcosa glie lo impedisce. Le cellule tumorali che riescono a insediarsi efficacemente e dare origine a una massa tumorale solitamente sono infatti in grado di inibire l’azione del sistema immunitario. E per questo motivo, indicare un nuovo bersaglio attraverso un vaccino non è sufficiente. 

Non a caso, il vaccino in fase di sviluppo nei laboratori di Moderna viene somministrato in associazione con un altro immunoterapico, pembrolizumab, un cosiddetto inibitore di checkpoint immunitari che agisce contrastando i meccanismi molecolari con cui le cellule tumorali inibiscono l’azione dei linfociti T (una componente fondamentale del sistema immunitario). In questo modo, il vaccino indica il bersaglio al sistema immunitario, e l’immunoterapico assicura che questo abbia modo di agire efficacemente per distruggerlo. Nel trial di fase 2 Keynote, i cui risultati sono stati annunciati proprio negli scorsi mesi, la combinazione ha dimostrato di ridurre del 44% il rischio di recidive o morte in pazienti con melanoma metastatico, rispetto all’utilizzo del solo pembrolizumab.  Un risultato certamente interessante, ma non la rivoluzione che vorremmo veder arrivare in oncologia, considerando che la sopravvivenza a cinque anni con il pembrolizumab si aggira attorno ad un 40% (che potrebbe salire al 57% se la combinazione col vaccino mostrasse un’efficacia simile a quella emersa dal trial Keynote). 

A prescindere dall’efficacia che mostreranno in futuro i vaccini contro il cancro (sicuramente destinata a migliorare con il procedere delle ricerche e l’arrivo di nuovi vaccini), un altro limite di questa strategia terapeutica potrebbe essere il prezzo, soprattutto nel caso di prodotti personalizzati come quello sviluppato da Moderna. Un farmaco innovativo, e con un processo di produzione lungo e macchinoso reso necessario dalla personalizzazione dei neoantigeni tumorali contro cui indirizzare il vaccino, è probabilmente destinato a sbarcare sul mercato con un prezzo esorbitante. E non è detto che il profilo costi/benefici si riveli, a quel punto, favorevole in tutti i casi. 

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