Domenica, 29 Novembre 2020

Covid, gli anticorpi diminuiscono più velocemente negli uomini rispetto alle donne?

È quanto sembra suggerire uno studio condotto su 308 pazienti che avevano sviluppato la malattia in forma lieve. La scoperta potrebbe avere implicazioni che riguardano anche il vaccino

Foto di repertorio

Secondo uno studio pubblicato su  medRxiv, la risposta immunitaria generata dagli anticorpi potrebbe essere più duratura nelle donne rispetto agli uomini.  La ricerca, che deve ancora essere sottoposta a peer review e che dunque va presa con cautela, ha analizzato il livello di anticorpi presente in 308 pazienti che avevano sviluppato la malattia in forma lieve. I ricercatori hanno misurato la risposta immunitaria con tre differenti test in due momenti diversi e fino a sei mesi dall’insorgenza dei sintomi.

Al primo prelievo di sangue, gli uomini di età superiore ai 50 anni e quelli con un indice di massa corporea (BMI) superiore a 25 presentavano un livello più alto di anticorpi rispetto agli altri pazienti. Al secondo prelievo, indipendentemente dall'età e dall’indice di massa corporea, il livello degli anticorpi nei maschi era sceso più repentinamente che nelle donne. Perché? Samira Fafi-Kremer, virologa all'Università di Strasburgo e autrice (insieme ad altri colleghi) dello studio in questione, ha spiegato che altre ricerche hanno già “"dimostrato che gli uomini hanno una risposta anticorpale più elevata nella fase acuta", ma in questo caso è emerso che negli uomini "il livello di anticorpi dimunisce più rapidamente, mentre le donne sembrano per avere livelli più stabili". 

Sulla base dei dati raccolti, il virologo Olivier Schwartz (Istituto Pasteur), ha ipotizzato che possa esistere un collegamento tra la quantità degli anticorpi sviluppati durante la malattia, e la loro progressiva riduzione. E dunque "se hai più anticorpi, questi diminuiscono più velocemente, ma non sappiamo esattamente perché".

Secondo Sabra Klein, co-direttrice del Johns Hopkins Cente, la scoperta potrebbe avere un impatto anche nella ricerca sui vaccini, in quanto - se i risultati fossero confermati - gli uomini "potrebbero aver bisogno di un altro vaccino di richiamo per mantenere l'immunità".

Coronavirus, lo studio italiano, ci sono anticorpi più longevi di altri

Intanto, per restare sul tema, va segnalato anche un altro studio, questa volta italiano, realizzato dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dalla provincia autonoma di Trento. Secondo i risultati preliminari della ricerca, condotta condotto in 5 Comuni della provincia che avevano registrato la più alta incidenza di casi Covid-19 nella prima fase dell’epidemia, alcuni anticorpi anti Sars-CoV-2 sembrano "più longevi e più persistenti di altri". Lo studio si è articolato in due fasi di indagine: la prima, a maggio, in cui sono state esaminate circa 6.100 persone, e a distanza di 4 mesi, quando sono stati riesaminati coloro che erano risultati positivi alla prima indagine.

Ebbene, "i risultati della prima indagine, in corso di pubblicazione sulla rivista 'Clinical Microbiology and Infection', hanno evidenziato che il 23% della popolazione aveva anticorpi contro la proteina nucleocapside del virus Sars-CoV-2. Nella seconda indagine - riferisce lo studio - appena conclusasi si è osservata una rapida diminuzione degli anticorpi diretti contro questa proteina in una elevata percentuale di individui inizialmente sieropositivi: il 40% dei circa 1.000 ritestati è risultato infatti sieronegativo a distanza di 4 mesi dal primo test. Analizzando gli stessi campioni di siero per un altro tipo di anticorpi, diretti contro la proteina 'spike', è risultato, invece, che oltre il 75% dei soggetti mostrava ancora una sieropositività".

Per comprendere e spiegare meglio questi risultati, il gruppo di lavoro dell'Iss ha valutato la presenza di anticorpi neutralizzanti (ovvero quelli che, al momento, si possono considerare come protettivi nei confronti dell’infezione), in un sottogruppo di pazienti, utilizzando un test di sieroneutralizzazione con virus vivo su linee cellulari. È stato osservato che, "negli esperimenti in vitro, quasi tutti i siero-positivi per gli anticorpi contro la proteina 'spike' sono in grado di neutralizzare l'ingresso del virus", precisa l'Iss.

"I risultati dello studio – spiega Paola Stefanelli, primo autore e direttore del reparto Malattie prevenibili da vaccino-laboratori di riferimento - sono rilevanti nella comprensione della dinamica e della longevità dei vari tipi di anticorpi e della capacità neutralizzante degli anticorpi anti-spike, con importanti implicazioni per l’uso dei vaccini, al momento in fase di valutazione, basati su questa proteina di Sars-Cov-2".

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