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Sabato, 22 Gennaio 2022
L'intervista

Covid, ecco le cure: "Con i monoclonali abbattiamo i ricoveri nei pazienti a rischio"

Dopo una partenza lenta, le somministrazioni di anticorpi monoclonali iniziano a decollare anche nel nostro Paese. Claudio Mastroianni, responsabile del centro monoclonali dell'Umberto I di Roma ci racconta come funzionano e quanto si stanno rivelando efficaci

Costosi e complessi da utilizzare. Ma promettono di ridurre drasticamente i rischi di ospedalizzazione e decesso nei pazienti più a rischio per Covid 19. Sono gli anticorpi monoclonali, gli unici farmaci, tra quelli attualmente a disposizione dei medici, sviluppati appositamente per contrastare Covid 19. L'Italia ne ha acquistate circa 40mila dosi, per un prezzo a paziente che si aggira attorno ai 1.500 euro. E dopo una partenza lenta, ora la macchina dell'assistenza sembra arrivata a regime, con un numero di somministrazioni settimanali più che triplicato nell'ultimo periodo di monitoraggio. Claudio Mastroianni, Ordinario di Malattie Infettive della Sapienza di Roma e responsabile del centro monoclonali covid del Policlinico Umberto Primo, ci spiega come procede l'utilizzo di questi farmaci, quanto si stanno rivelando efficaci, e in che modo potrebbero influenzare in futuro l'andamento della pandemia. 

Professore, i monitoraggio Aifa ci dicono che dopo una partenza a rilento le somministrazioni di monoclonali stanno accelerando nelle ultime settimane. Qual è la sua esperienza?

Inizialmente c'è senz'altro stata una fase di assestamento in cui si sono usati meno. Ma non bisogna dimenticare che l'utilizzo dei monoclonali segue l'andamento dell'epidemia: in estate i casi erano pochi e quindi c'erano meno pazienti che ne potevano beneficiare. Detto questo, ci è voluto un po' per rodare la macchina dell'assistenza, come è normale trattandosi di terapie che vanno effettuate in ospedale, perché vengono somministrati per via endovenosa, e che però sono rivolte a pazienti non ricoverati, che si trovano idealmente nelle primissime fasi di malattia. Ora comunque siamo sicuramente arrivati a regime: se all'inizio trattavamo due o tre pazienti al giorno, ora siamo arrivati a 10, 12. 

Quali sono i pazienti a cui è riservata questa terapia?

Come le dicevo è una terapia che va effettuata precocemente, se possibili in pazienti paucisintomatici, entro le 72 ore, al massimo cinque giorni, dal contagio. Questo tra l'altro è uno dei problemi che rallentano l'utilizzo dei monoclonali, perché a volte i pazienti si trovano ad attendere per un giorno o due l'esito di un tampone e poi diventa troppo tardi per avere benefici da questa terapia. Detto questo, si tratta di farmaci riservati per le categorie a rischio di un esito infausto dell'infezione: persone sopra i 60 anni, pazienti obesi, diabetici, immunodepressi, malati oncologici o con patologie polmonari croniche. Si usano, insomma, nei casi in cui è alto il rischio di ricovero e di decesso per Covid 19. 

Il vaccino è una controindicazione per l'utilizzo dei monoclonali?

No non lo è. Ultimamente abbiamo somministrato i monoclonali a diverse persone vaccinate con un'infezione post vaccino, ovviamente in caso di comorbidità importanti e altri fattori di rischio. I vaccinati hanno un rischio minore di sviluppare una malattia grave, ma non nullo. E poi i dati che abbiamo a disposizione ci dicono che l'utilizzo degli anticorpi monoclonali velocizza la risoluzione dell'infezione, quindi anche nei vaccinati sono utili per diminuire il rischio di contagi secondari e ridurre al minimo la durata dell'isolamento domiciliare. 

Come arrivano i pazienti al vostro centro?

Ci sono diverse strade. Noi abbiamo un pronto soccorso febbre dedicato ai casi di sospetta infezione da Covid. Quando un paziente vi si reca, e viene confermata la positività al virus, se non viene ricoverato e rientra nelle categorie che hanno l'indicazione per la somministrazione dei monoclonali gli viene subito offerta l'opportunità di riceverli. Lo stesso avviene nei pronto soccorso generali. In alternativa, i medici di medicina generale hanno delle schede apposite per valutare i loro assistiti che possono ricorrere ai monoclonali. Quando identificano un caso a rischio ce lo segnalano ad una email dedicata, che viene controllata 24 ore su 24, e noi invitiamo il paziente per una valutazione. Se è candidabile per la somministrazione ordiniamo il farmaco, lo somministriamo (ci vuole circa un'ora) e facciamo attendere un periodo di osservazione, e il paziente è libero di tornare a casa nel giro di tre o quattro ore. 

Inizialmente c'era qualche discussione sulla reale efficacia di queste terapie. Nella sua esperienza, quanto sono utili?

Nella nostra casistica sono efficacissimi: oltre il 98% dei pazienti che ricevono la terapia non viene ricoverato, e ricordiamo che parliamo di categorie a rischio che hanno una probabilità media di finire in ospedale che supera il 20%. Abbiamo visto qualche ricovero, è vero, e purtroppo anche un numero limitatissimo di decessi, ma tutti in persone molto avanti con gli anni, e con comorbidità estremamente importanti. Anche il profilo di tollerabilità di questi farmaci assolutamente ottimo.  Nella nostra esperienza non c'è stata nessun effetto collaterale grave: i pazienti ricevono il farmaco e dopo un'ora di osservazione tornano a casa per conto proprio. 

Ci aspettano novità in questo campo nei prossimi mesi?

Assolutamente. Per ora sono farmaci che devono essere somministrati per via endovenosa, e richiedono quindi un setting ospedaliero, ma presto ne dovrebbero arrivare di nuovi, che possono essere iniettati per via intramuscolare o sottocutanea. Sarà un vantaggio incredibile, perché semplificherà notevolmente la somministrazione, soprattutto a domicilio, evitando di dover far muovere di casa i pazienti con un'infezione in corso. Presto inoltre potrebbero trovare utilizzo anche come profilassi. Sia per la cosiddetta profilassi pre-esposizione, o anche immunoprofilassi passiva, cioè in pazienti che non possono effettuare il vaccino per motivi medici o in cui i vacccini non funzionano come sperato, e che possono essere protetti nei momenti di picco epidemico somministrando gli anticorpi monoclonali, che sembrano abbattere il rischio di infezione per circa cinque o sei mesi. Gli anticorpi monoclonali stanno venendo studiati inoltre anche per la profilassi post-esposizione, cioè in persone che sono entrate in contatto con un malato, per abbattere drasticamente il rischio di contagio. 

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