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Venerdì, 20 Maggio 2022
Lo studio

Perché potresti non prendere il covid anche se tutti intorno a te sono positivi

Come possono le persone che respirano la stessa aria di quelle infette, rimanere non infette? C'è una spiegazione

Qualcuno che conosciamo è risultato positivo al Covid-19, ma uno o più membri della sua famiglia continuano a risultare negativi, nonostante vivano sotto lo stesso tetto e abbiano condiviso stanze e abitudini in casa nel periodo di incubazione spesso "inconsapevole" perché senza sintomi. Molti di noi avranno familiarità con questo scenario. Come è possibile? Se Sars-Cov-2, come sappiamo, si diffonde principalmente attraverso le particelle sospese nell'aria, come possono le persone che respirano la stessa aria di quelle infette, rimanere non infette? 

Secondo un nuovo studio condotto da professori e ricercatori dell'Imperial College di Londra e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, la risposta potrebbe risiedere nelle persone che in passato sono state esposte ad altri coronavirus che hanno permesso loro di produrre cellule immunitarie di memoria, chiamate "cellule T", che offrirebbero protezione contro il coronavirus Sars-Cov-2. È noto ormai da molto tempo che la prima esposizione a un agente infettivo determina spesso in un organismo la capacità di salvaguardarsi da un'infezione successiva. Oggi è comunemente accettata l'opinione che la resistenza alla seconda infezione rifletta una condizione durevole di memoria immunologica contenuta nei linfociti T e B. In questo caso entrerebbero in azione i primi, proteggendo dall'infezione covid per effetto, appunto, della memoria immunologica. Ma andiamo con ordine.

Lo studio di Nature in Pdf

I coronavirus (CoV) sono un'ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la Mers (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e la Sars (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome). Sono chiamati così per le punte a forma di corona che sono presenti sulla loro superficie. I coronavirus sono comuni in molte specie animali (come i cammelli e i pipistrelli) ma in alcuni casi, anche se raramente, possono evolversi e infettare l'uomo per poi diffondersi nella popolazione. Un nuovo coronavirus è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo.

In parole povere, il termine coronavirus è ampio e comprende una serie di virus oltre a quello che causa Covid-19. Molti dei comuni raffreddori sono causati da virus che appartengono alla famiglia dei coronavirus. Sebbene i diversi coronavirus causino malattie diverse e i virus si comportino in modi diversi, hanno alcune caratteristiche condivise che li raggruppano nella stessa famiglia. Lo studio suggerisce che le cellule T di memoria create dall'esposizione a questi virus pregressi potrebbero essere il motivo per cui alcune persone risultano negative per Covid-19 nonostante vivano con qualcuno che è risultato positivo.

Lo studio ha seguito 52 contatti familiari Covid-19. Lo scopo era "catturare" il primo momento in cui queste persone hanno sviluppato una risposta immunitaria al virus Sars-Cov-2. I ricercatori hanno analizzato il loro sangue e le cellule immunitarie tra il primo e il sesto giorno in cui il loro contatto familiare è risultato positivo al Covid-19. E hanno trovato livelli più elevati di cellule T di memoria nei campioni di coloro che sono risultati negativi a un test molecolare Pcd per Covid-19, rispetto a quelli che sono risultati positivi. Gli autori dello studio ritengono che i livelli e la velocità con cui i linfociti T di memoria sono diventati attivi dopo essere stati esposti al contatto familiare di Covid-19 suggeriscono che queste cellule immunitarie fossero preesistenti da precedenti infezioni da coronavirus, e non dall'attuale esposizione al Sars-Cov-2.

Questo sarebbe il motivo per cui questo gruppo di persone non è risultato positivo al test molecolare Pcr. In altre parole, gli studiosi sostengono che queste cellule T preesistenti abbiano innescato una risposta immunitaria che ha rapidamente affrontato il virus Sars-Cov-2 prima che potesse infettare l'individuo e mostrare un test Pcr positivo. I ricercatori hanno trovato queste cellule T anche nel gruppo che è risultato positivo, ma i livelli non erano così alti. Le cellule T che gli studiosi dell'Imperial College hanno misurato non hanno preso di mira solo la proteina spike del virus (il principale meccanismo che il virus utilizza per infettare le cellule bersaglio), ma anche la parte centrale del virus che immagazzina il suo materiale genetico.

Hanno concluso che i futuri vaccini contro il virus Sars-Cov-2 potrebbero dover indurre una risposta immunitaria più ampia rispetto a molti di quelli attuali, che creano anticorpi solo contro la proteina spike del virus. In tal modo sarebbe più probabile che rimangano efficaci anche con nuove varianti.

covid negativo famiglia tutti positivi studio nature-2

Quando, dove e perché è più probabile trasmettere o infettarsi con Sars-Cov-2

In linea generale, fin dallo scoppio della pandemia Covid-19, i ricercatori hanno cercato di capire nel dettaglio con quanta facilità e in quali contesti il nuovo coronavirus si trasmette da persona a persona. Sappiamo bene che il virus si trasmette tramite goccioline emesse dalla bocca e dal naso di un infetto e che il contagio può avvenire in modo diretto, ovvero trovandosi a distanza ravvicinata con un individuo contagioso, oppure attraverso una superficie contaminata. Ma qual è il momento di maggior contagiosità di un positivo e chi sono i cosiddetti super diffusori? Quali sono i luoghi e i comportamenti più a rischio?

Le persone positive a Sars-Cov-2 risultano maggiormente contagiose quando si trovano ancora nel periodo di incubazione, che dura in media cinque-sei giorni, ma può arrivare fino a un massimo di quattordici: secondo gli studi di laboratorio il momento peggiore è nei due-tre giorni precedenti allo sviluppo dei sintomi. Questo significa che se siete stati contagiati dal nuovo coronavirus, è più probabile che passiate il virus a qualcuno quando ancora non sospettate nulla. A questo va aggiunto che i pazienti asintomatici (stimati in circa il 40% del totale) sono contagiosi, seppur un po’ meno dei pazienti sintomatici. 

Ecco perché, se si sta in compagnia e si vuole star tranquilli, sentirsi bene non è abbastanza: la mascherina è sempre necessaria, soprattutto quando ci si trova in un luogo chiuso e poco areato. Un altro aspetto ormai chiaro è che il coronavirus si diffonde in modo disomogeneo, l'esatto contrario di quello che succede con il virus dell'influenza. In quest'ultimo caso, infatti, la responsabilità dei contagi è equamente distribuita tra le persone infette.

Nella pandemia da Covid-19, invece, la situazione è molto diversa: alcuni studi - pubblicati su riviste come Science e Nature - ci dicono che il 70% dei positivi non passa il virus a nessuno, mentre circa 20% è responsabile dell'80% dei contagi. Secondo questi studi, a caratterizzare questi super diffusori non è una predisposizione biologica, quanto piuttosto le circostanze in cui si trovano durante la finestra di tempo in cui sono contagiosi. In altre parole, sono i comportamenti a decidere se un positivo rientra nel 70% di persone in cui il virus trova un binario morto, o se all'opposto fa parte del 20% che permette al virus di raggiungere nuovi ospiti.

Ci sono luoghi e comportamenti a maggior rischio di trasmissione. La "super diffusione" può avvenire in discoteche, sui mezzi di trasporto a lunga percorrenza, in bar e ristoranti, nelle palestre, negli impianti di lavorazione della carne, nei luoghi di culto e durante feste private. Si tratta di luoghi o eventi accomunati da una serie di circostanze e comportamenti da evitare (trovarsi a stretto contatto gli uni con gli altri per lungo tempo, trovarsi in luoghi chiusi dove c'è poco ricambio d'aria, non indossare la mascherina).

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